FERRAGOSTO TALEBANO (parte 2^) – “Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti..” – L’abbandono statunitense e l’entrata in scena dei nuovi attori regionali - di Gregorio Giungi, 26 agosto 2021

Ma perché gli Stati Uniti hanno abbandonato (definitivamente?) quest’area regionale, favorendo l’inevitabile subentro di altre potenze? La chiave della risposta può esemplificarsi nelle parole pronunciate dal presidente Biden il 16 agosto ultimo scorso: “ (d’ora in poi) gli USA interverranno solo dove i loro interessi nazionali sono in gioco”. L’amministrazione Biden, dunque, si è in realtà allineata alla politica militare di Trump, ed entrambe si presentano come una ripetizione storica della vecchia concezione geostrategica di Theodore Roosevelt, la quale, a parziale variante della dottrina Monroe, prevedeva l’uso dello strumento militare – oltre che come coadiutore della eventuale politica di ingerenza in America latina, con particolare riguardo al loro “cortile di casa” in centro-America – come una sorta di lungo bastone, laddove un qualsiasi interesse nazionale statunitense fosse in gioco (the “big stick policy"). Cosa vuol dire? Vuol dire che nella “big stick policy” costi e benefici di un intervento sono ogni qualvolta posti ciascuno sul piatto di una bilancia ed obiettivamente soppesati: se i benefici superano i costi o almeno li eguagliano, si interviene, altrimenti non si interviene, oppure ci si ritira. Il tutto, completamente al di fuori di qualsivoglia logica di scacchiere e visione strategica a lunga scadenza (quest’ultima del resto tradizionalmente inesistente nella politica estera americana, che arriva soltanto, eventualmente, alla media scadenza, con essa intendendo la durata di due mandati presidenziali consecutivi, cioè otto anni). Orbene, gli obiettivi strategici americani in Afghanistan che le precedenti amministrazioni  si erano date – ed in particolare l’amministrazione Bush jr. che diede il via alla guerra – erano tre, i primi due ufficiali e il terzo ufficioso: il primo era la distruzione di uno dei più pericolosi “safe havens” del terrorismo internazionale, il secondo l’eliminazione o drastica riduzione della coltivazione del papavero da oppio; il terzo, ufficioso, era porre una presenza militare – e consolidarla con l’instaurazione di un regime allineato alla politica statunitense di allora nella regione – in un paese che, coll’eventuale invasione dell’Iraq (poi avvenuta), avrebbe completato una logisticamente utilissima “forcella” a cavallo dell’Iran, all’epoca il probabile futuro bersaglio della politica militare americana. Tuttavia, come è implicito nella storia americana, la visione strategica di una amministrazione non vincola le successive, e l’amministrazione Obama – con la sua politica di avvicinamento all’Iran – ha reso inutile quest’ultimo obiettivo. Sia l’amministrazione Trump – al di là delle chiacchiere – che l’amministrazione Biden non hanno dato segno di volerlo riesumare. Il terzo obiettivo dunque, AL MOMENTO, non esiste più. Il secondo, su cui il presidente Biden ha saggiamente glissato, non è stato conseguito. Dopo aver infatti fallito la campagna di persuasione volta a convincere gli agricoltori afghani a cambiare tipo di coltivazioni, e risultando non percorribile la strada della conversione della coltivazione del papavero da oppio “al bene”, cioè alla produzione di farmaci, i vertici militari americani, esasperati,  nel 2008 avrebbero voluto “napalmizzare” i terreni. Da fonti ufficiose ma attendibili – lo scrivente si trovava in quell’anno per servizio proprio al quartier generale di ISAF a Kabul – provenne la notizia che tuttavia essi furono indotti a desistere dall’intento ad opera dei vertici militari europei della missione. Distruggere i campi, per giunta in quel modo, avrebbe reso impossibile per molto tempo qualsiasi ripresa dell’agricoltura legale, ma soprattutto avrebbe schiacciato in modo irrimediabile l’economia del paese che si era andati a risollevare e stabilizzare (all’epoca circa il 64% del PIL afghano derivava dall’oppio).

Il primo obiettivo invece, come tutti sanno e come Biden ha sottolineato, è stato realizzato.

Sull’altro piatto della bilancia, dunque, rimangono i costi. I costi sono in primis quelli per antonomasia, i soldi che l’America deve spendere per uomini e mezzi impiegati all’estero, cui si aggiungono quelli da anni destinati allo Stato afghano (vedi “Ferragosto talebano”-1^  parte, qui in Geopolitica-Asia centrale); a questo proposito, chi scrive è pressoché certo che l’avvento dell’Emirato islamico, per un certo verso, sia stato in realtà motivo di ulteriore sollievo per l’amministrazione USA, che andrà a risparmiare anche i soldi che erano stati promessi annualmente al governo afghano del presidente Ghani  (3 miliardi di dollari) a prescindere dal ritiro militare alleato.

 L’altro importante costo a pesare sul piatto della bilancia è il logoramento delle truppe. Le Forze Armate americane sono in stato di mobilitazione ed impiego da vent’anni. Passata l’ondata di indignazione patriottica che dopo l’11 settembre aumentò considerevolmente gli arruolamenti, e cominciato lo stillicidio delle bare di ritorno a casa, il reclutamento è andato progressivamente in crisi. E’ dal 2005 che i reclutatori americani si sono ridotti a far propaganda all’uscita dei riformatori, essendo ormai di scarsa utilità quella prima condotta nelle scuole, e la Difesa degli Stati Uniti – essendo improponibile il ritorno alla leva obbligatoria – deve inderogabilmente fare i conti con gli organici dei reparti. Così come il Governo deve considerare lo stato d’animo dei militari e delle loro famiglie. Il morale delle truppe non è di importanza fondamentale solo per i governativi afghani.

Ed ora, avrete capito tutti dove pendeva la bilancia.

Il baricentro geopolitico dell’Afghanistan cambierà radicalmente nei tempi a venire, ed è inutile che io vi parli dei nuovi protagonisti entrati nello scenario a colmare i vuoti, o dei loro interessi. Questa non è un’informazione mancante: basta che accendiate il televisore e saprete perché e percome Pakistan, Russia, Cina, Iran,Turchia e, in minor misura, l’India saranno i nuovi interlocutori privilegiati, o anche partners geostrategici, dell’Emirato, che essi fatalmente andranno a riconoscere – de facto se non de iure –  nonostante gli appelli della comunità internazionale. Quel che rimarrà invece invariato è l’oppio. Esso sarà nel breve termine il principale introito fiscale del nuovo Stato-apparato, che è perfettamente in grado di esigere tributi dai produttori (come sta già facendo, pare, nei territori occupati da tempo). Sarà anche il mezzo con cui l’Emirato tornerà a pagare l’aiuto ed il sostegno del Pakistan (o almeno del suo Inter Services Intelligence), vero motore primo dell’insurrezione afghana. E, se i Talebani veramente cercheranno un più generalizzato riconoscimento internazionale ed una normalizzazione dei rapporti anche con l’Occidente – cosa che reputo molto probabile –  il nuovo Stato cercherà di riuscire dove la Coalizione occidentale ha fallito e si impegnerà a trovare un accordo con i grandi produttori di farmaci, volto ad esportare legalmente l’oppio verso i Paesi e le industrie in grado di ricavarne i medicinali che ci servono. Forse, in un’ottica di distensione e compromesso di interessi, ne ridurranno anche i quantitativi prodotti per la confezione delle droghe illegali destinate ai nostri territori. Naturalmente, per questo ci chiederanno qualcosa in cambio. D’altronde, possiamo esser certi  che almeno Iran e Russia premeranno nella stessa direzione, poiché il flagello della droga afghano-pakistana (alcuni laboratori di raffinazione si trovano in Pakistan) affligge anche loro.

Riguardo poi i diffusi timori di una rinascita dell’attività di addestramento del terrorismo islamico in territorio afghano – nonostante le notizie correnti in questi giorni – sono molto scettico. SE i Talebani hanno una memoria storica e SE i loro dirigenti hanno un minimo di cervello, non ripeteranno una seconda volta lo stesso errore, l’errore che li portò a perdere il controllo del loro territorio a favore degli sgraditi  ospiti e ad essere invasi da noi. Ma, indubbiamente, potrebbero essere stupidi (anche le dirigenze talvolta lo sono) e smemorati, e considerando il nuovo corso neo-roosveltiano della geopolitica militare americana, la notoria impotenza militare europea e la cronica alta corruttibilità personale degli interessati (le organizzazioni terroristiche islamiche pagano profumatamente), anche l’assurdo potrebbe accadere. Tuttavia, di nuovo, saranno i nuovi attori regionali – Russia e Cina in particolare – che avranno forte interesse ad evitarlo, poiché, come ormai tutti sanno, il terrorismo islamico riguarda anche loro (terrorismo ceceno in Russia e insurrezione uiguri in Cina).

E gli interessi dell’Italia in questo scenario? Fondamentalmente due: evitare la “bomba” migratoria – abbiamo già dimostrato e stiamo dimostrando la nostra inettitudine a fronteggiare l’ondata migratoria presente, non possiamo permetterci un suo aumento – ed evitare, come anche prima, il traffico di droga derivata dall’oppio afghano. Riguardo il primo problema, dobbiamo paradossalmente augurarci che l’Emirato sia coerente con quanto dichiara e riesca a impedire la fuga della popolazione dal paese. Riguardo il secondo, possiamo poco o niente. A meno che, come sopra accennato, non offriamo qualcosa. E l’unica moneta di scambio che abbiamo al momento – noi come tutti gli altri della vecchia Coalizione – è il riconoscimento ufficiale del nuovo Stato. Questo, è la vera moneta di scambio che, più in generale, al momento hanno tutti per perseguire qualsivoglia interesse in Afghanistan.  Altrimenti,  rimangono le monete vere e proprie del solito “pizzo”, che l’Italia – come anche altri – di solito paga per ottenere quel che non vuole/non può ottenere con le maniere forti. Senz’altro, un passo molto difficile da compiere.

FINE?

Fonti:

-          ISPIonline - “Speciale Afghanistan: gli attori esterni”

-          The American Interest, “Donald Trump’s New World Order”, by Niall Ferguson

-          Difesaonline - “La Cina alla conquista delle terre rare afghane”, di Antonio Vecchio

FERRAGOSTO TALEBANO (parte 1^) – Cosa è effettivamente successo e perché – di Gregorio Giungi, 17 agosto 2021

Il 15 agosto 2021 i Talebani sono entrati a Kabul e hanno preso possesso del palazzo presidenziale dopo la fuga in Uzbekistan del presidente Ashraf Ghani, completando così la (ri)conquista del paese, precedentemente iniziata di pari passo al graduale ritiro delle forze militari americane e dei loro alleati.

In particolare, il ritiro delle forze statunitensi era stato previsto dagli accordi di Doha, firmati tra gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump ed i rappresentanti dei Talebani il 29 febbraio 2020 (i superstiziosi d’ora in poi avranno un argomento in più) ed esso si sarebbe dovuto completare entro 14 mesi – e quindi entro il 30 aprile 2021 – se ogni contraente avesse rispettato tutti i termini dell’accordo. I Talebani da parte loro si erano impegnati ad impedire qualsiasi infiltrazione di al-Qaeda nei territori di già sotto il loro controllo (e presumibilmente, secondo chi scrive, in quelli che sarebbero stati eventualmente controllati da loro in seguito); uno dei pilastri dell’accordo era la promessa di colloqui tra i Talebani ed il governo afghano, volti senz’altro ad un’integrazione di compromesso del partito armato nell’establishment, un’opzione che si stava già promuovendo da anni. Ma a Doha quel giorno non c’erano rappresentanti del legittimo governo di Kabul, apparentemente scavalcato dall’amministrazione americana. Ciononostante i colloqui tra Kabul e i Talebani sarebbero dovuti cominciare pochi giorni dopo ad Oslo, ma non fu possibile, formalmente perché ancora non si era ricomposta la disputa interna alla dirigenza afghana sui risultati delle elezioni presidenziali del 2019, e non si era dunque potuto nominare il team di negoziatori; sostanzialmente, perché l’accordo di Doha prevedeva uno scambio di prigionieri tra la Repubblica afghana ed i Talebani – 5.000 prigionieri circa da parte di Kabul, 1.000 prigionieri circa da parte talebana – che il presidente Ghani non voleva concedere. Le cose si arenarono e gli scontri nel paese ripresero, toccando il loro apice nel giugno del 2020. Di conseguenza , il primo luglio dello stesso anno la Commissione di Stato per le Forze Armate degli Stati Uniti votò a grande maggioranza un atto di emendamento all’Autorità di Difesa Nazionale per interdire il potere del presidente Trump di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Benché non mi sia chiaro se tale emendamento abbia o no avuto successo e in che termini, è un fatto che il ritiro sia continuato/ripreso con l’amministrazione Biden, la quale ha rivisto solo marginalmente i termini dell’accordo precedente al fine di  completare il ritiro delle truppe entro il maggio 2021 (in un primo tempo era stato detto entro  l’11 settembre, ma è stato poi anticipato onde evitare lo scontro con i Talebani avanzanti e dunque altre inutili perdite americane), ma completandolo poi di fatto  entro il luglio ultimo scorso.

Ma come è stato possibile che un esercito ben addestrato di oltre 300.000 uomini e donne abbia combattuto poco e male, pressoché smobilitandosi di fronte al nemico? Prima di tutto perché dall’altra parte non c’erano dei comuni guerriglieri, ma uomini addestrati militarmente dalle forze armate pakistane. Troppo poco si è sottolineato, in questi giorni, che i mujaheddin che hanno invaso l’Afghanistan provengono dal Waziristan, la cintura tribale pashtun in territorio pakistano. Considerata la storia pregressa – l’emirato islamico era sorto grazie all’appoggio e all’intervento del Pakistan – e sapendo gli addetti ai lavori che già dal 2008 era ripresa la collaborazione tra l’ISI (Inter Services Intelligence, il principale dei tre servizi segreti pakistani) e ciò che rimaneva dei Talebani, è insostenibile pensare che organizzazione dei quadri, reclutamento su vasta scala e addestramento siano avvenuti in Pakistan senza la fattiva connivenza del governo, o almeno di enti e corpi dello Stato. Non solo, ma, se la Storia si ripete, è addirittura sostenibile supporre che forse anche oggi, come nel 1996, militari dell’esercito pakistano sotto mentite spoglie abbiano direttamente partecipato alle operazioni militari. Ciò sarebbe del resto coerente col gran numero di combattenti che hanno varcato i confini alla conquista del paese: il presidente Ghani aveva denunciato che già nei mesi scorsi erano 10.000 i “terroristi” penetrati in Afghanistan, per unirsi agli insorti già presenti sul territorio. Contro di essi, però, era diminuito il supporto aereo tattico statunitense a favore delle truppe terrestri afghane, conseguente al graduale ritiro di uomini e mezzi. Questo ha avuto un ulteriore effetto psicologico negativo sui reparti afghani, già duramente provati  da più di dieci anni di pesante impegno militare e dal relativo tributo di sangue. Ed è infatti il morale delle truppe il vero motivo che ha causato la disfatta delle forze armate governative, a confermare una volta di più che ciò che conta in un esercito è fondamentalmente la sua determinazione a combattere. Se manca il morale, tutto il resto è inutile. In proposito, l’aspetto di fondo che occorre considerare è l’intera situazione psicologica della dirigenza politico-amministrativa, della categoria militare e della società afghana nel suo complesso. Il nuovo Stato purtroppo non si è mai del tutto radicato nel paese, né ha saputo creare una percezione davvero positiva di sé nei sentimenti della popolazione, che si è sempre sentita in una situazione di provvisorietà retta da un apparato “posticcio” che trovava la sua ragion d’essere nella presenza militare straniera. Tale senso di precarietà ben si innestava su una cultura fatalistica quale in fondo è la cultura afghana, ed esso si è inevitabilmente trasmesso alla categoria militare, reclutata ex-novo in una società socio-economicamente disastrata, ove l’arruolamento era spesso la ultima spes per sbarcare il lunario, non la conseguenza di una reale motivazione personale permeata di sentimento patrio. Questa, si sarebbe dovuta costruire nel tempo. E qui veniamo al punto. Nel ricordare che la parola “soldato” deriva da “soldo”,  il fatto è che la retribuzione media di un militare di truppa e parificati era, fino a qualche anno fa, di 40 dollari circa mensili (sic!). Dubito molto, per i motivi che esporrò, che essa sia andata aumentando. Tali stipendi, notate bene,  provenivano  in linea di massima (ultimamente per il 75% circa) dai finanziamenti versati dai paesi contributori della missione militare occidentale, Stati Uniti in testa, che nel tempo erano venuti a stabilizzarsi sui tre miliardi di dollari all’anno. Essi pagavano buona parte degli stipendi dello Stato-apparato afghano, dalla dirigenza ai militari di truppa, poiché l’organizzazione del fiscal drag statuale era ancora in itinere ed era insufficiente a sostenere il peso della pubblica amministrazione. Tutto ciò era ben conosciuto, dal primo dei politici all’ultimo dei soldati. Benché gli Stati Uniti avessero garantito che i soldi sarebbero continuati ad arrivare anche in loro militare assenza, è lecito supporre che nessuno gli abbia creduto. E tale assenza di prospettive è stato troppo anche per una cultura fatalistica come quella afghana. Il nocciolo della smobilitazione generale afghana – classe politica e categoria militare – è questo. Continuare a combattere, o rimanere al proprio posto, e correre il rischio di crepare per poi finire in miseria anche in caso di vittoria è obiettivamente difficile per chiunque. Meglio trattare o arrendersi – o passare dall’altra parte – e affidarsi a chi, magari, un domani sarà in grado di esigere tasse anche dai produttori di oppio (vero nerbo del PIL afghano), portando il paese all’autosufficienza finanziaria che consentirà di pagare in sicurezza gli stipendi  statali di ogni genere e, perché no, finalmente aumentarli.

Il ferragosto talebano vi aspetta nella sua seconda parte :-) 

Fonti:

-          en.wikipedia.org  - Ministry of Finance –Afghanistan

-          en.wikipedia.org  - Doha agreement

-          Afghanistan – World Bank document

-          Tg Sky – varie edizioni

-          Rainews 24 – varie edizioni

-          WION TV News – President Ghani’s  statements

-          analisidifesa.it – Afghanistan: gli Americani lasciano Bagram