CONGO, UNA TRAGEDIA IRRILEVANTE – di Gregorio Giungi, 29 novembre 2017

Nel corso del 2017 alcuni quotidiani e riviste specializzate in cronaca estera ed analisi geopolitica (pochi), nonché gli organi ufficiali di informazione dell’ONU, hanno descritto i continui episodi di violenze ed abusi commessi nella Repubblica Democratica del Congo, sia da parte di forze governative che di milizie dell’opposizione. Nulla di nuovo, in un paese che dal 1996 versa perennemente in uno stato di guerra civile. Una guerra che, nel corso degli anni fino ad oggi, ha causato un numero minimo di 5 milioni di morti, che stime attendibili però farebbero arrivare ad un numero superiore a 6 milioni. E’ però il numero degli stupri quello che ci lascia attoniti: ne vengono riferiti in numero di uno ogni 48 ore, a danno sia di donne che di bambine!

La storia dell’ex-Congo belga sembra quella di un paese nato sotto una cattiva stella. In origine privato possedimento del Re del Belgio Leopoldo II, fu teatro di una progressiva sostanziale schiavizzazione dei suoi abitanti, che a cavallo tra il XIX ed il XX secolo furono letteralmente ammazzati di lavoro in miniere e piantagioni di caucciù per il profitto personale del Re. Le cose paradossalmente migliorarono quando esso, nel 1908, divenne ufficialmente una colonia del Belgio – amministrata dunque dallo Stato belga, non più dal sovrano – per poi peggiorare nuovamente dopo la decolonizzazione del 1960, contrastata dalle grandi compagnie minerarie occidentali che ne favorirono l’instabilità per cercare di mantenere un relativo controllo sul paese. Una lunga parentesi di quiete approssimativa si ebbe colla dittatura del famoso generale Mobutu, che rimase al potere dal 1965 al 1997, ma già un anno prima della sua caduta erano cominciati quei disordini che sarebbero poi sfociati in una guerra civile apparentemente senza fine.

Non si può dire questa volta che la comunità internazionale sia rimasta del tutto inerte, a differenza di altre situazioni simili nell’Africa sub-sahariana.  Nel 1999 è stata inviata in Congo una missione militare ONU denominata MONUSCO (Mission de l'Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo) la quale, pur avendo ottenuto qualche singolo risultato, non è riuscita a risolvere il conflitto, né a garantire lo svolgimento di regolari elezioni politiche. Esse infatti, originariamente previste per il novembre 2016, sono state ulteriormente rimandate dall’attuale presidente Kabila, che non potrebbe ricandidarsi. Ciononostante, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, pur estendendo il mandato della missione per un altro anno, ne ha recentemente ridotto gli effettivi.

Ma ciò che colpisce di tutta la vicenda è, in realtà, la sua assenza. La sua assenza dal grande dibattito mediatico, dal commento allarmato dell’emergenza umanitaria che, a rigor di logica etica e matematica, dovrebbe comprendere anche e soprattutto questo lento genocidio. Un genocidio che però, evidentemente, non  interessa gli “Apparati”, e che forse non interessa neanche noi. Perché? Perché il “pensiero unico” di chi ben pensa usa due pesi e due misure?

No, non vi proporrò io delle risposte. Di condizionamenti mediatici ne subite già abbastanza.

Ma domandatevi perché… Le risposte che ne ricaverete da soli potrebbero essere interessanti. Ed utili a gestire questo triste e confuso presente. 

Fonti:

-Calendario Atlante De Agostini, anni 1996-2017

-MONUSCO, monusco.unmissions.org, website della missione

-ISPI, “Elezioni in Congo-Kinshasa? La chimera della democrazia”, di Camillo Casola, 25.10.2017

-Repubblica, “Congo, è ancora genocidio nel paese dalle maledette ricchezze minerarie”,di Carlo Ciavoni, 09.07.2017

-Gli Occhi della Guerra, “Mwavita, nata in tempo di guerra”, di Marco Gualazzini e Daniele Bellocchio, 01.04.2017

-L’Espresso, “Congo. Negli ultimi 10 anni, 5,4 milioni di persone sono morte a causa della guerra in Congo, il più grande numero di vittime di guerra della storia, dopo la Seconda Guerra Mondiale”, di Simona Pari Da Goma, 13.11.2008