COREA DEL NORD, UNA FARSA TRAGICA - La guerra apparentemente inevitabile che gli interessati, al di là delle apparenze, vorrebbero evitare (ci riusciranno?) – di Gregorio Giungi, 24 settembre 2017

Nel momento in cui scrivo, alcuni media televisivi e on-line riportano le esternazioni in sede ONU di Ri Yong Ho, Ministro degli Esteri di Pyeongyang, secondo cui la decisione di lanciare missili sul suolo americano – in caso di qualsivoglia azione fisicamente concreta degli USA contro il regime nordcoreano – è irreversibile, visto il punto in cui la situazione sarebbe stata condotta dal comportamento statunitense. Bombardieri strategici americani B-1B Lancer stanno volando al largo delle coste nordcoreane.

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Perché i Nordcoreani – o almeno il loro leader Kim Jong-un – sembrano voler provocare una guerra?

Per darci una risposta, dobbiamo fare due paralleli ordini di considerazioni, ed il primo di essi ci impone un excursus storico. La Repubblica Socialista della Corea del Nord – unico paese al mondo dove il Capo della Stato è un morto, il “Presidente Eterno” Kim Il-sung, defunto fondatore della repubblica  e nonno di Kim Jong-un – è una autocrazia ove vige nei fatti una sorta di “comunismo dinastico”, essendo la carica di Leader Supremo passata di padre in figlio. Autarchico per vocazione e povero per condizione, il paese ha sempre cercato di evitare investimenti stranieri sul proprio territorio, preferendo fruire invece degli aiuti resi disponibili dalla solidarietà socialista internazionale, in particolare da Unione Sovietica e Cina. Questa scelta ha però mantenuto il paese in una situazione generale di arretratezza, favorendo una cultura della self-reliancemista però all’aspettativa di aiuti dell’asse social comunista, i quali venivano dati per scontati.   

La fine del comunismo all’inizio degli anni ’90 dello scorso secolo – cioè il crollo dell’Unione Sovietica ed il graduale passaggio della Cina ad un’economia capitalistica ibrida – ha sancito la profonda crisi della Corea del Nord. Il collasso sovietico e la fine dei regimi del Patto di Varsavia hanno infatti privato i Nordcoreani della maggior parte dei suoi partners commerciali e, soprattutto, dei loro aiuti. Ad eccezione parziale della Cina, la quale ha semplicemente ridotto relazioni commerciali ed aiuti, ma che dal 1992 ha richiesto di esser pagata in denaro, anziché in contropartite di servizi come prima (ad es. l’invio di manodopera coreana in Cina a titolo gratuito, baratto di materie prime, etc.), e senza più concedere aperture di credito. Per giunta, a metà degli anni ’90 il paese ha sofferto di una serie di disastri naturali (alluvioni prima e siccità poi) che hanno causato una crisi generalizzata dell’agricoltura, crisi da cui esso non si è mai ripreso del tutto, con una conseguente penuria cronica di grano e cibo. Essa sta tuttora condizionando la vita del paese, anche se non si riportano più i casi di morte per fame che si verificarono a cavallo tra i due secoli. Alle prese coll’immanente problema del cibo, caratterizzata da una dissestata economia reale – ben distinta da quella ufficiale – fatta di mercato nero e di inflazione, la Corea del Nord ha dato inizio ad una politica estera aggressiva, alternando gesti distensivi con provocazioni belliche (programma nucleare e operazioni militari intimidatorie) o anche attacchi veri e propri (è del 23 novembre 2010 il bombardamento effettuato dall’artiglieria nordcoreana sull’isola sudcoreana di Yeonpyeong, che Seoul ha subito senza reagire), sempre allo scopo di rafforzare la posizione del paese nelle trattative internazionali, quasi perennemente in corso, in cui sostanzialmente offriva distensione in cambio di aiuti dalla comunità internazionale. Aiuti che nel tempo avevano raggiunto, prima della crisi attuale, l’entità di un punto del PIL nordcoreano (dato del 2014), e che sono via via divenuti sempre più importanti per far fronte alle necessità alimentari del paese e garantire ai cittadini i medicinali di base.

Il secondo ordine di considerazioni riguarda la tenuta interna del sistema, ed in particolare la conservazione del potere da parte del giovane autocrate Kim Jong-un. Premessa dovuta è il fatto che i regimi totalitari – anche quando somigliano a monarchie assolute, quale è il caso della Corea del Nord – non poggiano soltanto sulla forza e sulla paura, ma anche sul consenso di almeno una parte della popolazione e sul prestigio personale dei capi; ciò è particolarmente valido nel caso delle culture dell’estremo oriente, ove “perdere la faccia” è per un leader un guaio di proporzioni esiziali, come ben sanno gli studiosi di storia ed istituzioni dei paesi asiatici. Orbene, quando Kim Jong-un salì al potere il 28 dicembre 2011 all’età di soli 27 anni, si diffusero nell’apparato e nell’opinione pubblica (sì, anche nei regimi totalitari ne esiste una) gravi incertezze sulla stabilità del paese, poiché il giovane successore era stato coinvolto nell’establishment direttivo nordcoreano in tempi relativamente recenti e vi erano forti dubbi sulla sua reale capacità di mantenere il controllo sul paese ed esercitare una effettiva autorità sui suoi dirigenti. Il nuovo giovane Leader si è trovato dunque nella scabrosa situazione di dover dimostrare prima di tutto all’interno di che pasta era fatto, verosimilmente combattendo una lotta per il potere che ha causato vittime illustri. Il 12 dicembre 2013 fu giustiziato Jang Song-taek, zio di Kim Jong-un e considerato il numero due del regime, probabilmente il maggior concorrente di Kim. Nell’aprile del 2015 fu rimosso dal suo incarico il generale Hyon Yong-chol, comandante delle forze armate nordcoreane, confortando l’ipotesi di uno scontro in seno alla dirigenza di Pyeongyang in opposizione al Leader Supremo.

Analogamente, vi erano dimostrazioni da dare nelle relazioni estere. Queste si sono tradotte in un aumento dell’aggressività militare, a sottolineare verso l’esterno che Pyeongyang intende rimanere coerente alla sua linea del “paga o sono guai”, e verso l’interno che il nuovo leader è all’altezza dei predecessori, capace di mantenere una linea di condotta che fino ad oggi si è rivelata vincente. Vincente nel garantire quegli approvvigionamenti che, pur non migliorando le condizioni di vita delle campagne, garantiscono però lo standard di vita più che accettabile nelle città, sedi di quella che alcuni potrebbero legittimamente definire la “casta” locale dell’apparato che sostiene Kim Jong-un, fatta principalmente di militari e burocrati. Specialmente i primi beneficiano di questo assetto dell’intero sistema, che pur in condizioni di cronica precarietà economica destina almeno l’8% del PIL alle spese militari, stipendi e generi di adeguata sussistenza inclusi.

Qualcuno potrebbe ora chiedersi: “Ma non si rendono conto che, a furia di tirare, la corda potrebbe spezzarsi?” La risposta è: sì, ma ormai la dirigenza nordcoreana sente di non avere altra scelta. E’ andata troppo oltre per poter tornare indietro e poi rimanere con certezza in sella. Cambiare rotta ora implicherebbe da un lato un pesante danno d’immagine ed una perdita di prestigio,  con conseguenze potenziali che vanno a toccare proprio la “coda di paglia” del Leader e del suo entourage. Dall’altro, i cambiamenti che si renderebbero implicitamente necessari  in un nuovo corso di scelte politiche di fondo sarebbero densi di incertezze in termini di conservazione del potere, soprattutto da parte di Kim Jong-un personalmente, senz’altro colui che più teme il cambiamento. Cambiare, infatti, significherebbe intraprendere quella via che già era stata paventata nel 2016 sull'esempio cinese – e poi messa da parte – durante il congresso del Partito del Lavoro coreano: caute riforme economiche volte ad un piano di “sviluppo economico parallelo” (byungjin), che vedrebbe  lo sviluppo innovativo del comparto produttivo agricolo e industriale, una diminuzione delle spese militari e la creazione di “zone economiche territoriali speciali” aperte agli investitori stranieri. Ciò però si tradurrebbe, nel medio e lungo termine, nella creazione di nuovi soggetti forti all’interno del sistema che l’attuale dirigenza vede come un pericolo, nonché nella diminuzione di prerogative della categoria militare. D’altronde, è anche vero che gli analisti di Pyeongyang hanno colto il momento di debolezza dell’amministrazione Trump, che a sua volta mette in mostra i muscoli senza risolversi ad usarli davvero. In questo frangente forse unico della storia americana il Presidente non guida un paese unito e coeso sotto la bandiera. Non solo, ma non guida nemmeno un partito, il suo, che sia unito e coeso a sostenere la sua leadership. Non è così che si va ad affrontare una guerra che, benché vittoriosa a priori sulla carta, non sarebbe comunque una passeggiata. Una guerra che obbligherebbe gli Americani a uccidere molta più gente di quanto abbiano fatto e stiano facendo nelle guerre regionali fin qui occorse dopo la fine della guerra fredda. Le reazioni che ciò susciterebbe all’interno ed all’esterno degli Stati Uniti, oggi come oggi, ricorderebbero quelle che ci furono durante la guerra del Vietnam. Un’analogia non certo incoraggiante. Last but not least, l’apertura di un fronte in Corea del Nord significherebbe per le forze armate americane portare il proprio impegno militare belligerante al massimo delle sue capacità operative, cosa che nella loro storia, intelligentemente, hanno sempre cercato di evitare. Gli USA, infatti, hanno la capacità di sostenere la guerra al massimo su due fronti separati contemporaneamente, lasciando la Guardia Nazionale a difendere il territorio interno. Dobbiamo qui ora ricordare che l’impegno militare statunitense nel mondo, attualmente, costituisce già in cifre, in effetti, un altro fronte di fatto, anche se tali forze non sono sempre effettivamente combattenti; ma basta citare i numeri delle sole truppe dislocate nei punti “caldi” per rendersi conto che oggi più che mai anche per gli USA non sarebbe saggio tirare troppo la corda: almeno 50.000 uomini impiegati tra Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Kosovo ed Europa orientale (che comprende l'incombente polveriera ucraina), a cui si aggiungono un imprecisato numero di militari impegnati in molteplici teatri di più basso profilo (un esempio per tutti il Sinai egiziano, dove ci sono circa 700 militari americani), nonché quelli di stanza in paesi alleati, come l’Italia, e occasionalmente impiegati in missione (come fu nel caso dell’ex-Libia). Per una Casa Bianca che aveva promesso agli elettori di diminuire il suo impegno militare all’estero e di riportare le truppe a casa sarebbe un paradosso grottesco, per di più foriero di guai incisivi in un paese in cui il reclutamento dei militari di truppa è in crisi già dal 2005.

E a proposito di “perdere la faccia”, anche per la controparte americana, in questa vicenda, si profila un problema del genere. Vi ricordate quando, nel 2003, gli Stati Uniti intrapresero la Seconda Guerra del Golfo – poi appoggiata nella sua seconda fase dalla comunità internazionale, Italia compresa – per la possibile esistenza di armi di distruzione di massa, indirettamente pericolose per la sicurezza americana, che il regime di Saddam Hussein avrebbe nascosto sotto la sabbia? Be’, se lì e allora quelle armi non c’erano nemmeno, qui c’è un paese che le armi di distruzione di massa praticamente gliele sta tirando in faccia e loro al momento non fanno niente. E  nonostante i molti argomenti che si potrebbero addurre a giustificazione di ciò (primo fra tutti l’opposizione di Cina e Russia all’intervento militare di neutralizzazione contro Pyeongyang), l’immagine ed il prestigio sia degli Stati Uniti che della comunità internazionale non ne escono bene… Sarà inevitabile, nella percezione dei più, argomentare che guerre “giuste” o “necessarie alla sicurezza nazionale e internazionale” in realtà non esistono. Esistono guerre per interessi specifici e logica di scacchiere che si possono soddisfare contro avversari deboli e poco impegnativi. Se così non fosse, la Corea del Nord sarebbe stata giustamente neutralizzata quattordici anni fa, con l’appoggio e la benedizione della comunità internazionale, quando abbandonò il trattato di non proliferazione nucleare.

Quanto appena esposto, ovviamente, verrà a cadere se la guerra si farà. Ma mi arrischio a dire che si farà solo se sarà la Corea del Nord ad attaccare. Se farà la sciocchezza, per un errore di valutazione sulla tenuta della succitata corda,  di attaccare davvero il territorio nazionale americano – mi riferisco alle Hawaii, non a Guam – e di riuscire a farlo con successo, non vi saranno più considerazioni che tengano. Se l’America non vorrà perdere la sua credibilità di Grande Potenza, dovrà reagire con forza e decisione, con o senza il benestare russo-cinese. Solo allora questa farsa diventerà una tragedia. Ma fino ad allora lo spettacolo andrà avanti sulla base del copione corrente: Kim Jong-un cercherà di ottenere la fine delle sanzioni ed il ritorno degli aiuti internazionali continuando a minacciare ed aggredire, mentre gli Stati Uniti e la Cina – che recentemente si è unita all’applicazione delle sanzioni contro la Corea del Nord bloccando le proprie esportazioni di petrolio e le importazioni di cotone e seta – cercheranno di far crollare il regime di Pyeongyang prendendolo per fame. Una soluzione, anche questa, non priva di vittime. Ma esiste un’altra remota ipotesi: la Cina farà retromarcia e di nuovo sosterrà attivamente Pyeongyang, che resisterà mentre gli USA e l’ONU cederanno, ponendo fine alle sanzioni e ricominciando ad aiutare il regime in nome della priorità umanitaria. E questo, forse, produrrebbe effetti anche peggiori di una guerra.

Fonti:

-Encyclopedia Britannica

-Calendario Atlante De Agostini, anni 2010-17

-Resolute Support webpage, facts and figures sheet

-The New York Times, "U.S. Troops Train in Eastern Europe to Echoes of the Cold War", di Eric Schmitt, 06.08.2017

-en.wikipedia.org (US troops deployement data)

-www.military.com (US troops deployement data)

-TG Sky politica estera, varie edizioni