MACRON SI FA ARBITRO DELLE SORTI DELL’EX-LIBIA. NELL’INESISTENZA DI UNA UNIONE EUROPEA, LO “SCHIAFFO DI TRIPOLI” CONTINUA – di Gregorio Giungi, 27 luglio 2017

L’ingerenza francese nell’ex-Libia prosegue a scapito dell’Italia. Il 25 luglio ultimo scorso, nel castello di La Celle-Saint-Cloud, nei pressi di Versailles, importanti colloqui di pace – ma verosimilmente anche colloqui di altro genere – si sono svolti tra i due leaders della Tripolitania e della Cirenaica (rispettivamente Fajez al-Serraj e Khalifa al-Haftar) sotto i buoni auspici della Repubblica francese. Per la verità, i Francesi non sono stati i primi a cercare di prendere le redini dei rapporti tra le due nuove entità statuali: c’era stato nello scorso aprile un tentativo in tal senso da parte italiana, passato come al solito in sordina dai media nostrani nonostante una fuga di notizie dai media libici. A Roma, il Presidente del Parlamento di Tobruk, Aghila al-Saleh, aveva incontrato il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Abderrahman al-Swehli, su iniziativa del Ministro Angelino Alfano. Probabilmente, e fino a prova contraria, senza un significativo successo.

Tornando ad oggi, anche i non addetti ai lavori hanno questa volta intuito la realtà dei fatti dietro le ambiguità dialettiche televisive, e cioè che l’Italia è nei guai. Nel mio ultimo intervento sulla ex-Libia (“Quel che resta del giorno, dopo l’avvento di Trump”, del 17 gennaio 2017, in questo website nella sezione Medio Oriente e Nord Africa), avevo purtroppo già paventato possibili manovre espansioniste francesi a danno della Tripolitania. Ovviamente, attraverso la Cirenaica, lo Stato che sponsorizzano attivamente – e militarmente! – e che è già nella loro sfera di influenza, in condominio con Egitto, Russia, Emirati Arabi Uniti e, con un profilo attualmente più basso, il Regno Unito. La debolezza di Serraj – che oggi di fatto non ha il controllo, diretto o indiretto, di quello che dovrebbe essere il suo territorio, ad eccezione, FORSE,  del controllo recentemente acquisito sulla capitale – rende Tripoli vulnerabile di fronte all’influenza di chi voglia e possa offrire un concreto aiuto militare per rendere più stabile ed effettivo il suo potere. Quindi poco influenzabile da parte dell’Italia, che non vuole/non può offrire aiuto militare significativo in territorio libico. Lo sarebbe da parte statunitense, ma il nuovo establishment della Casa Bianca, come è noto, ha ufficializzato il suo fondamentale disinteresse e conseguente disimpegno riguardo il Mediterraneo centrale. Ed ecco farsi sotto la Francia, che tale aiuto militare sul campo può e vorrebbe senz’altro offrire a Serraj, come già indiscrezioni mediatiche rivelano. E’ più che plausibile, dunque, che sul tavolo reale delle trattative a La Celle-Saint-Cloud si sia prospettata questa possibilità, e che la road map discussa durante l'incontro verta soprattutto sul reale punctum pruriens di tutta la questione: la distribuzione del potere tra gli stake holders locali, a cominciare dagli stessi Serraj ed Haftar (un primo tentativo in tal senso, costituito dai colloqui di Abu Dhabi del maggio scorso, non aveva dato esiti concreti). La Francia ha la forza necessaria per rendersi un garante credibile di questo nuovo possibile equilibrio, l’Italia no. E se tale compromesso di potere tra gli attori locali delle due entità si realizza sotto l’egida francese – fors’anche addirittura, horresco referens, seguito da una possibile riunificazione della Libia sotto l’egemonia della Francia – l’Italia si ritroverà, per così dire, “ospite in casa propria”, ritrovandosi cioè a gestire le proprie linee di rifornimento energetico  in Tripolitania – essenziali per la provvigione di circa un quarto del nostro fabbisogno tra gas e petrolio – in un paese pacificato, sì, ma controllato da altri. E da tale controllo altrui verrebbe principalmente a dipendere, per giunta, la questione del contenimento/eliminazione del flusso migratorio che affligge l'Italia. Insomma, in definitiva, se non interverranno altre favorevoli variabili l’Italia vedrà completato lo “Schiaffo di Tripoli”, ovvero lo scippo del suo “cortile di casa” ad opera dei Francesi, e il suo definitivo declino nel Mediterraneo centro-orientale, la sua storica regione di pertinenza. Un quadro spaventoso, al quale la diplomazia italiana, priva di un deterrente militare, dovrà reagire con veri e propri salti mortali, cercando intese presumibilmente al di fuori di questa “unione europea”  più che mai al di sotto e al di fuori di questa definizione. In questa direzione, si prospetterebbe la possibilità scabrosa e piena di incognite di un’intesa con la Russia di Putin, un nostro non trascurabile partner commerciale, con cui non ci sono particolari contrasti d’interesse geopolitico riguardo la Libia ed il Mediterraneo centrale. Dopotutto, la Russia è tornata a coltivare il suo interesse storico di sempre, cioè metter piede nel Mediterraneo e rimanerci. Certo, la Cirenaica di al-Thani e al-Haftar – dimostrando una insospettata  capacità diplomatica e militare regionale, veramente degna di nota, nella costruzione di nuove alleanze strategiche – gli ha già evidentemente offerto tale possibilità (vedi, di nuovo, il mio succitato scritto sull’ex-Libia) ma, a questo punto, potremmo provare ad offrirgliela anche noi, cercando di portar scompiglio nella trama delle alleanze correnti, un’arte in cui, storicamente, l’Italia si è sempre dimostrata eccellente. Indubbiamente, la nostra politica estera potrebbe dover accettare pesanti e pericolosi compromessi nonchè nuovi possibili rischi (che cosa ci chiederebbero i Russi in cambio del loro appoggio? Quali reazioni ci sarebbero da parte della NATO e della comunità internazionale?), ma  non reagire, in un frangente come questo, e perdere la nostra special relationship con la Tripolitania – dopo aver perso la Libia nel suo complesso e rimanendo per noi irraggiungibile la Cirenaica – potrebbe decisamente esser peggio. Comunque, per riuscire in un’impresa del genere, ed affrontare le conseguenze che ne deriverebbero necessariamente, il nostro Stato-apparato – che purtroppo riflette nient'altro che la nostra società corrente – dovrebbe avere coraggio e determinazione senza dubbio in notevole misura. Del resto, anche lo Stato-comunità – cioè NOI – dovrebbe avere le qualità occorrenti per affrontare quel che poi potrebbe accadere. Qui, si tratterebbe davvero di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ne siamo capaci?

In conclusione, come ho accennato più volte in passato, i nodi della nostra Storia sono alla fine venuti al pettine. La progressiva perdita di sovranità politica dell’Italia e la sua evidente e notoria impotenza militare ci hanno alla fine messi di fronte alla dura realtà via via emersa alla fine della Guerra Fredda: l’incapacità italiana di gestire una politica regionale volta alla sia pur semplice difesa degli interessi nazionali basilari. Nella Storia che si è rimessa in movimento, noi subiamo gli eventi anziché gestirli, neanche soltanto in chiave puramente difensiva.

Io credo che dobbiamo prepararci. Vivere un tramonto non è affascinante come osservarlo.

Fonti:

-La Repubblica, 21 aprile 2017, “Libia, fonti locali: faccia a faccia Tripoli-Tobruk a Roma”

-TG Sky 24, notiziari vari 25-27.07.2017

-"Foreign actors in Libya's crisis", by Karim Mezran, Arturo Varvelli, Ed. Atlantic Council, ISPI

EX-LIBIA, QUEL CHE RESTA DEL GIORNO (DOPO L’AVVENTO DI TRUMP) – di Gregorio Giungi, 17 gennaio 2017

Il 12 gennaio ultimo scorso è stato riportato dai media un tentativo di colpo di Stato a Tripoli, operato – si diceva – da milizie fedeli all’ex-Primo Ministro del disciolto governo islamista, Khalifa al-Gwell. In realtà, secondo altre testate giornalistiche, si sarebbe trattato di una “bufala”, messa in giro dagli aspiranti golpisti a scopi di influenza psicologica negativa, per diminuire la credibilità e l’immagine di solidità del nuovo governo di unità nazionale (GNA- Government of National Agreement) presieduto da Fajez al-Serraj. Forse, e dico forse, la verità su come sono andate le cose è nella dichiarazione rilasciata a caldo da Ashraf al-Sulsi, portavoce delle Forze Speciali del Governo, secondo cui le stesse avevano “..il controllo di tutti gli edifici che i Jihadisti avevano provato a prendere”. Ci sarebbe stato dunque un blando tentativo di destabilizzazione, in effetti, probabilmente effettuato più per ottenere un risultato psicologico, appunto, che con una speranza concreta di riuscita. Ed il risultato voluto c’è stato, poiché eventi del genere confermano quanto già si sapeva, e cioè che il governo di Tripoli non solo non ha il controllo certo ed effettivo di tutta la Tripolitania, ma neanche della capitale stessa, ove rimangono operative milizie in opposizione al Governo.

La debolezza di Serraj – che oggi può pensare di far tutto fuorché riunificare la Libia -  potrebbe perciò paradossalmente dar corpo a manovre unioniste, sì, ma di Tobruk, che invece, forte della nuova alleanza strategica con la Russia, oltre che del già noto supporto militare franco-egiziano, potrebbe sentirsi sicura di sé e dare un rilievo più incisivo al confronto militare già profilatosi tra Cirenaica e Tripolitania (basti citare, a testimonianza della situazione, la conquista di Sirte in Tripolitania, strappata a Daesh dai governativi di Tripoli con l’aiuto americano, in una gara sul tempo contro le forze di Tobruk che già ci avevano provato invano e si trovavano alle porte della città; nonché poi, la settimana scorsa, il bombardamento della base aerea tripolina di al-Jufra ad opera dell’aeronautica cirenaica, che ha dimostrato così la capacità efficace di compiere incursioni nel territorio di Tripoli).

A questo punto, una domanda sale inevitabile alla mente: ma il Generale Khalifa al-Haftar, capo delle Forze Armate di Tobruk e vero uomo forte del governo del premier al-Thani, non era un uomo degli Americani? Come mai era dunque nei giorni scorsi sulla portaerei russa ‘Ammiraglio Kuznetsov’ nel Mediterraneo, dove ha discusso, in videoconferenza, con il ministro della Difesa russo Serghiei Shoigu “di lotta ai terroristi in Medio Oriente”?

Come mai un uomo di Washington si butta tra le braccia dei Russi?

La risposta può essere una di due.

1)      Al-Haftar non è più un uomo degli Americani (poiché senz’altro lo è stato, come ho già spiegato nel mio “Libia, ovvero Tripolitania e Cirenaica: il punto sull’unificazione che non ci sarà” del 27.10.2016, su questo sito in “Medio Oriente e Nord Africa”), vuoi perché essi lo hanno abbandonato per qualche motivo, vuoi perché lui ha abbandonato loro, per perseguire fini autodeterminati ed entrando in orbite altrui

2)      Al-Haftar è ancora un uomo degli Americani, ma evidentemente si è comunque già fatto sentire il drastico cambio di rotta in politica estera indicato dal nuovo establishment alla Casa Bianca, che effettivamente delinea una volontà di disimpegno dal teatro mediterraneo centrale nonché di intesa con la dirigenza russa, la quale si vedrebbe assecondata nella sua politica di ingerenza nella macro-area mediterranea e medio orientale

Foss’anche vera la prima delle due, è comunque difficilmente discutibile che il nuovo corso di Trump costituisce il vero nullaosta a che Tobruk costruisca indisturbata nuove alleanze strategiche, dimostrando in ciò, peraltro, una capacità diplomatica e militare regionale davvero degna di nota e che ci induce a temere il peggio per il futuro della Tripolitania (e conseguentemente per il nostro). L’Italia, affiancata per un breve periodo dagli USA di Obama nella salvaguardia del nuovo governo tripolino, rimarrà infatti probabilmente da sola a proteggerlo e promuoverlo. Considerando la notoria ed evidente impotenza militare italiana, potrebbe essere troppo poco. Forse è ANCHE per questo che il neo-presidente del Consiglio Gentiloni ha incontrato Hollande, magari per cercare di ottenere dalla Francia almeno il rispetto della divisione della Libia in due entità distinte e sovrane (fatto ormai dato), inducendo la Cirenaica attraverso Parigi – l’altro importante referente di Tobruk – a rinunciare a manovre espansioniste a danno della Tripolitania. Auguriamocelo, poiché se ciò non si avverasse e la Cirenaica si dedicasse d’impegno ad annettere o comunque arrivare a controllare Tripoli, esiste la remota possibilità che in un futuro non troppo lontano l’Italia si ritrovi, per così dire, “ospite in casa propria”, ritrovandosi cioè a gestire le proprie linee di rifornimento energetico – essenziali per la provvigione di circa un quarto del nostro fabbisogno tra gas e petrolio – in un paese, la Tripolitania, controllato da altri (Francia, Russia ed Egitto) e per giunta con un governo locale fors’anche ostile. Per non parlare, poi, della questione del flusso migratorio dalle coste libiche, che potremmo sperare di contenere/eliminare pacificamente solo con l’ausilio di un governo compiacente… e riguardo a ciò, pensate che al momento persino il governo corrente, che in teoria dovrebbe esser più che soggetto alla nostra influenza, tanto compiacente poi non è, come testimonia il suo recentissimo rifiuto di accordo col governo italiano (vedi qui sotto “Fonti”) sul piano di intervento per il contenimento e la riduzione del traffico migratorio. Ma con altri governi potrebbe esser soltanto peggio.

Tale quadro, non occorre sottolinearlo, sarebbe spaventoso e sancirebbe il definitivo declino italiano nella sua regione storica di pertinenza, il Mediterraneo centro-orientale.

Che fare dunque?

L’Italia a questo punto può contare solo sulla sua capacità diplomatica di relationship building. Mancando di  spada, può contare sulla lingua, che indubbiamente costituisce oggi più che mai la sua più solida e concreta risorsa storica. Speriamo che la usi nelle direzioni giuste e quindi, dopo Hollande, la impegni con Putin, che a questo punto si profila come l’interlocutore più importante nel lungo termine, anche perché – a differenza della Francia – con la Russia, un nostro non trascurabile partner commerciale, non ci sono particolari contrasti d’interesse geopolitico riguardo la Libia ed il Mediterraneo centrale.

Ovviamente, tutto questo potrebbe non bastare.

Il nostro paese, cacciato anni fa dal paradiso terrestre della Guerra Fredda e costretto ad avventurarsi nella Valle di Lacrime della Storia in movimento, potrebbe in qualunque momento sbattere il muso sulla realtà delle cose e rendersi amaramente conto che relazioni diplomatiche e commerciali positive non bastano per cavalcare la tigre della sopravvivenza su questo pianeta ed evitare guai di proporzioni epocali.

Per ottenere quello, occorre essere forti.

Fonti:

-Reuters, Al-Arabyia.net, “Rival of Libya's UN-backed government tries to seize ministry buildings in Tripoli”, del 13.01.2017

-TGCOM24,Libia, il governo nega il tentativo di golpe: "Eʼ una bufala", del 13.01.2017

-Il Fatto Quotidiano, “Tripoli, islamisti assaltano tre ministeri”, del 12.01.2017

-Geopolitica-online.com “Le relazioni tra Il Cairo e Tobruk. Il ruolo di Mosca”, di Carlo Marongiu – ISAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), del 05.01.2017

- Reuters, “ Libya not accepting Italy migrant deal”, di Alastair McDonald, del 13.01.2017

LIBIA, OVVERO TRIPOLITANIA E CIRENAICA: IL PUNTO SULL’UNIFICAZIONE CHE NON CI SARA’ – di Gregorio Giungi, 27 ottobre 2016

In Libia ormai siamo ad una situazione di stallo, con il paese di fatto grossolanamente diviso, una volta di nuovo nella sua storia, nelle due entità regionali originarie che lo compongono: ad ovest la Tripolitania, con il suo capoluogo ed ex-capitale nazionale Tripoli, e ad est la Cirenaica, con capitale Tobruk. Quindi nessuna novità, al momento, dopo il mancato riconoscimento del 22 agosto ultimo scorso, da parte di Tobruk, del governo libico di unità nazionale creato e sostenuto dall’ONU a Tripoli. In quella data, l’ondivago parlamento della Cirenaica aveva infatti respinto l’esecutivo presentato da Fajez Serraj, il premier tripolino, con la presenza in aula di poco più del numero legale minimo per procedere al voto: al dunque, dei 101 deputati presenti, 61 avevano votato contro, 39 si erano astenuti ed uno solo aveva osato, coraggiosamente, votare a favore. Coraggiosamente? Be’, anziché parlare di coraggio o di vigliaccheria, per la verità sarebbe più corretto dire che, alla fine, molto saggiamente i parlamentari di Tobruk avevano preferito cedere alle intimidazioni locali piuttosto che alle pressioni internazionali. Infatti, violenze e ripetute minacce nei loro confronti provenienti dalle proteste di gran parte della popolazione si erano susseguite nei giorni precedenti per indurli a rifiutare l’accordo di governo con Tripoli, dopo che invece varie sanzioni, anche addirittura ad personam, sia dell’ONU che dell’Unione Europea e degli Stati Uniti erano state adottate contro quelle personalità più eminenti di ambo le parti in causa, a Tripoli e a Tobruk, che si opponevano agli accordi, arrivando anche al congelamento ed al sequestro di conti bancari e beni immobili - che gli interessati evidentemente avevano al di fuori del territorio libico - nonché al divieto di effettuare viaggi all’estero (sic! E qualcuno dovrebbe spiegarmi che cosa questo significhi: cioè, se qualcuno di loro saliva su un aereo e si recava, che so, in Italia o in Francia, o negli Stati Uniti, all’arrivo in aeroporto la Polizia li arrestava?).

Questo atteggiamento popolare, che senz’altro incontra il favore dei vertici cirenaici ed in particolare quello del Generale al-Haftar –  capo delle Forze Armate della Cirenaica, eminenza (non poi tanto)grigia e vero uomo forte del governo del premier al-Thani – completa una serie di fattori che consolidano in modo probabilmente irrimediabile la tendenza autonomista della Libia orientale. Esso è dovuto sostanzialmente a due cause: prima di tutto la percezione comune, da parte della gente, del governo di Tripoli come di un governo esogeno imposto dalle potenze straniere, soprattutto occidentali ma non solo – una percezione del resto diffusa anche a Tripoli, ove operano tuttora una quarantina di milizie, una parte delle quali non è schierata col governo Serraj – cosa che (oltre ad essere senz’altro vera!) naturalmente mina alla base ogni sua credibilità. Specialmente in Cirenaica – da sempre, in realtà, un’entità regionale a parte, confluita forzosamente con la Tripolitania in quella Libia che fu fondamentalmente una creazione coloniale italiana – che ha per giunta ogni interesse a non voler credere nel nuovo governo di unità nazionale, e che si è verosimilmente sentita un po’ tradita da quel consesso internazionale il quale, fino a quando gli faceva comodo, l’aveva considerata l’unico Stato riconosciuto in Libia, per poi sconfessare Tobruk il 13 marzo 2016 con la Dichiarazione del Quai d’Orsay di Parigi, in cui Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Stati Uniti come firmatari separati, più il resto dell’Unione Europea come ente unitario rappresentato dalla Commissione, avevano letteralmente ribaltato la situazione con un disinvolto voltafaccia dettato da una logica di interesse, riconoscendo la loro creatura, il governo unionista di Tripoli, come l’unico legittimo nel paese. Tale dichiarazione è stata poi ulteriormente rafforzata da quella analoga di Vienna del successivo 16 maggio, firmata da una compagine più estesa di paesi tra cui l’Egitto, che anch’esso riconosceva il governo di Tripoli come rappresentante dell’unico Stato esistente in Libia.

Oggi pertanto la Cirenaica ha l’occasione di tornare ad essere, per dirla col famoso detto marinaro,  “Testa d’acciuga da sola anziché coda di storione con Tripoli”. Se poi d’acciuga si tratta, e non di un altro storione…! Poiché in effetti – e ciò quindi porta alla seconda causa del diffuso secessionismo – gli abitanti della Cirenaica e la classe politica del paese ben sanno che la maggior parte delle risorse naturali libiche, cioè petrolio e gas, sono situate in maggioranza in casa loro. Soprattutto dopo che, nel settembre scorso, le forze di Haftar hanno assunto il controllo del polo petrolifero di Ras Lanuf, Al Sidra, Zuweitina e Brega. Questo dopo un tentativo, poi arenatosi, di arrivare a Sirte, località in mano a Daesh ed economicamente strategica poiché consente di dominare un’altra area produttiva ad essa correlata (che poi, per la verità, si troverebbe entro i confini storici della Tripolitania). E’ stato tale tentativo da parte di Tobruk che aveva indotto infatti il governo di Tripoli a richiedere il sostegno aereo americano, poi concesso, per strappare la città al Califfato e battere così sul tempo l’esercito di Haftar. E Tripoli vi è riuscita (anche se, secondo alcune fonti, rimarrebbero in zone della città sacche di resistenza residuale) mettendo al sicuro i suoi confini, ma profilando nel contempo un confronto militare con Tobruk.

Anche in Libia come altrove nell’intricato, fluido e convulso scenario corrente del mondo arabo-islamico, dunque, due contendenti combattono contro l’integralismo armato per fini in realtà propri. E la Cirenaica in particolare lotta anche per dividere tra un minor numero di abitanti la torta di un Prodotto Interno Lordo proporzionalmente maggiore. Se ben amministrata, ciò significherebbe un maggior reddito pro-capite e l’uscita definitiva nel lungo termine, per la popolazione della regione, dalla recessione economica che affligge il paese intero ormai da cinque anni.

Ma forse questa forte determinazione popolare da sola non basterebbe, se con essa non concorressero altri fattori… vi posso annoiare con una lista?

1)      Khalifa al-Haftar non rinuncerà al potere che ha; nessuno lo farebbe al posto suo, ma tantomeno lo farebbe un Arabo, come ho avuto già occasione di scrivere per analoghi argomenti medio-orientali. Riconoscere il governo di unità nazionale e collaborare all’insediamento effettivo ed esteso del nuovo esecutivo significherebbe per lui, appunto, perdere il potere, poiché negli accordi per il riconoscimento del governo di unità nazionale è previsto che il controllo delle Forze Armate libiche passi a Tripoli, escludendo lui. Non lo accetterà mai, salvo clamorosi ed imprevisti sviluppi

2)      L’establishment di Tobruk teme il governo di Tripoli perché lo ritiene condizionato, se non dipendente, da formazioni islamiste tutt’altro che moderate – in particolare dalla Fratellanza Musulmana – effettivamente presenti nel Parlamento e nella società della Tripolitania; la società della Cirenaica – storicamente diversa e, sembra, socialmente e culturalmente più evoluta – si è oggi assestata su autonomi equilibri laici, sorretti dalla casta militare radicata nella regione; di nuovo, si tratta di settori della società e dei vecchi clan tribali ad essi collegati che hanno paura di perdere il potere, di vedere compromesso il loro modo di vivere, percepito come migliore, e di rimanere esposti ad invidie e  vendette nel nuovo establishment unitario, conseguentemente all’inevitabile spostamento del baricentro del potere politico a Tripoli

3)      In apparente contraddizione con la sua firma dei documenti di Parigi e Vienna, la Francia è in realtà militarmente presente in Cirenaica a sostenere in modo incisivo il governo di Tobruk, che si avvale anche dell’appoggio dell’Egitto – che rifornisce Haftar di armi – e, in misura minore, della Gran Bretagna, anch’essa presente sul territorio ma con un minor numero di truppe, a quanto viene riferito. Questa “politica del piede su due staffe” da parte della Francia indica implicitamente le sue vere intenzioni. Riconoscere formalmente Tripoli ma sostenere concretamente Tobruk significa avallare la rinascita di due entità statuali che vuole mantenere separate, lasciando la Tripolitania nella sfera di influenza italiana e facendo entrare la Cirenaica nella propria, che gestirebbe in condominio con l’Egitto e, in certa misura, col Regno Unito

4)      Gli Stati Uniti, schierati con l’Italia a sostegno del governo di unità nazionale di Tripoli, molto probabilmente però non premeranno sull’acceleratore per unificare il paese. Questo significherebbe infatti, come predetto, mettere in disparte il generale Haftar, che è un loro uomo al di là di ogni ragionevole dubbio. Più esattamente, fonti autorevoli sostengono addirittura che Haftar sia un vero e proprio agente della CIA – è quanto ha riferito Fausto Biloslavo, il famoso giornalista esperto in relazioni internazionali, in un’intervista a “Sussidiario.net” – ma anche ove ciò in particolare non fosse vero, è un fatto assodato che Khalifa al-Haftar, novello Karzai (il parallelo col primo presidente afghano sorge insopprimibile alla mente), è arrivato a Tobruk dagli Stati Uniti dove si era rifugiato da più di vent’anni, dopo aver rotto i ponti, molto tempo addietro, col regime di Gheddafi. Appena giunto, ha avuto il ruolo che ricopre. Non è discutibile il fatto che siano stati gli Americani a metterlo lì dov’è ora, quando furono costretti dagli eventi ad occuparsi, loro malgrado, della questione libica. Orbene, è anche un fatto che gli Americani possano eventualmente abbandonare i loro uomini, in casi del genere, dopo averli usati, specie se essi non sono cittadini americani originari e non si dimostrano molto docili nell’eseguire le loro disposizioni, magari entrando in orbite altrui. Ma nel contesto attuale non gli converrebbe. L’ingresso russo nel teatro mediterraneo e nella macro-regione relativa di Medio-Oriente e Nord-Africa ha cambiato l’attitudine generale americana in questa zona del mondo, inducendo gli USA a seguire una logica di scacchiere che rende preziosa ogni casella posseduta. La Cirenaica di Haftar ne rappresenta una, anche con i Francesi tra i piedi. E’ difficile che gli Americani la compromettano per far piacere all’Italia, l’unico paese che avrebbe un sincero interesse ad una riunificazione della Libia (il più possibile nella propria sfera di influenza), nonostante il Presidente del Consiglio Renzi – escluso ormai in Europa dall’asse franco-tedesco – sia probabilmente riuscito a costruire una temporanea “special relationship” di ripiego con Washington, come testimonia il recente incontro col Presidente Obama.

CONCLUSIONI

“Questo matrimonio non s’ha da fare”, e verosimilmente stavolta non si farà. Fermo restando che gli eventi futuri non si possono osservare in una sfera di cristallo, Tripolitania e Cirenaica rimarranno quasi certamente separate. Il ritorno allo status quo ante geopolitico originario dell’area e la fine della Libia come stato unitario rispondono bene ad una pluralità di interessi efficacemente perseguiti da più attori, sia interni che esterni.

E la Storia sembra ripetersi. Dopo lo “schiaffo di Tunisi” – l’operazione coloniale con cui la Francia soffiò all’Italia la Tunisia, che era nella nostra area di egemonia agli albori della nostra espansione – oggi subiamo dai Francesi lo “schiaffo di Tripoli” (o di Tobruk, se preferite), con cui ci “scippano” la Cirenaica. Parigi, coerente con la sua politica estera spregiudicata e fortemente interventista da cinque anni a questa parte, vuole acquisire nel neonato Stato – che prima o poi si dovrà riconoscere internazionalmente –  una posizione privilegiata nella costruzione di relazioni commerciali ed una preminenza nella concessione degli sfruttamenti minerari. Più qualunque altra cosa sia possibile ottenere da un regime che la riconosca come interlocutore primario. Vuole insomma in Cirenaica quello che noi avevamo in tutta la Libia di Gheddafi. E vuole naturalmente consolidare la sua accresciuta posizione nel teatro mediterraneo e medio-orientale, premessa necessaria per soddisfare interessi economici. Questo è il modo francese di reagire alla crisi economica globale.

E noi? A conti fatti, siamo riusciti ad evitare il peggio, subendo una decurtazione del nostro “cortile di casa” ma senza perderlo del tutto. Riavremo una relazione speciale con la Tripolitania, nella peggiore delle ipotesi in compartecipazione con gli USA, e ciò ci consentirà di perseguire le nostre due necessità strategiche: tutelare l’approvvigionamento energetico e contenere/fermare l’invasione migratoria. E’ in Tripolitania infatti che sono situati quasi tutti quei giacimenti di gas e petrolio che soddisfano circa un quarto del nostro fabbisogno, ed è nel suo territorio che corrono le nostre linee di rifornimento, quelle che erano minacciate dall’instabilità libica e che ora invece sono difese dalla potente organizzazione delle “Guardie Petrolifere”, che appoggiano Serraj e di cui conseguentemente ci possiamo fidare. Gli impianti ENI di estrazione offshore, invece, sono direttamente difesi dalla nostra Marina Militare, che è massicciamente schierata in quelle acque a difenderli dai possibili attacchi di Daesh.

Il problema migratorio sarà invece risolto se sia Tripoli che Tobruk riusciranno ad aver ragione dell’ISIS e delle formazioni integraliste sue alleate, riconquistando il territorio in loro possesso – magari col fattivo aiuto dei reciproci alleati, militari italiani dunque compresi – da cui i jihadisti gestiscono il traffico di esseri umani (i famosi “missili di carne” che lanciano contro l’Europa). Cosa che in effetti può avvenire anche se le due entità rimangono separate, purché non comincino a combattersi fra di loro. Ma la sfida da vincere per Serraj e per l’Italia sarà l’integrazione nel nuovo establishment tripolino – o l’eliminazione, in caso di insuccesso – delle molte milizie tribali e politico-militari ancora al di fuori del controllo governativo.

Escludendo che riesca a conseguire l’unificazione di tutta la Libia, è vitale che Tripoli  riesca a conseguire almeno l’effettiva unificazione della Tripolitania.    

Fonti:

-Camera dei Deputati, nota nr. 84 di politica internazionale, "L'evoluzione della crisi libica dopo l'accordo di Skhirat"

-AGI-Agenzia Giornalistica Italiana (comunicati vari sulla crisi libica)

-The Post Internazionale, "Inside foreign affairs", del 23.08.16

-Panorama, "Libia-Chi sostiene il nuovo governo di unità nazionale", del 07.04.16