“E MARX TACQUE NEL GIARDINO DI DARWIN”, di Ilona Jerger – Ed. Neri Pozza

Darwin e Marx. Due dei più grandi uomini di pensiero del diciannovesimo secolo, e senz’altro due di quelli che più hanno influenzato il pensiero occidentale del ventesimo. Non so quanti, prima d’ora, abbiano pensato di confrontare direttamente le loro conclusioni – senz’altro qualcuno lo avrà già fatto – ma sono pressoché certo che nessuno fino ad ora avesse pensato di mettere a confronto i due uomini, insieme ai loro impianti concettuali. Ilona Jerger lo fa, sia pure in un romanzo, opera fondamentalmente di fantasia – i due grandi non si erano mai incontrati davvero, pur avendo avuto un contatto epistolare – e lo fa così bene da indurci a voler credere che tutto quanto ella narra possa esser stato in qualche modo possibile. E dunque il brillante lavoro di analisi degli scritti privati dei due svolto dall’autrice – unitamente all’indagine approfondita delle loro vicende personali e familiari – ci conduce ad una visione inedita dell’uomo Marx e dell’uomo Darwin, che oltre a portare lo stesso nome – Charles/Karl –  presentano (alcuni stenteranno a crederlo) più di una similarità, soprattutto in relazione a tratti del carattere ed alla storia familiare e affettiva. Entrambi infatti hanno dovuto affrontare – e superare? – quel lutto particolarmente profondo e incisivo causato dalla ripetuta perdita di figli, pur se in famiglie particolarmente numerose (sia Darwin che Marx persero tre figli). Un dramma che non ha verosimilmente influenzato la loro vita intellettuale, ma che ha senz’altro segnato la loro vita emotiva con cicatrici indelebili.

Ed è in effetti l’aspetto squisitamente umano e personale dei due illustri protagonisti – che la Jerger eviscera fino alle minuzie della quotidianità, se non anche al pettegolezzo – che più cattura il lettore. Qui troviamo un Darwin dalla salute assai cagionevole, caratterizzato da un difficile rapporto giovanile con la religione – l’autrice ci rivela che il giovane Darwin, iscrittosi nel 1828 alla facoltà di teologia a Cambridge, sarebbe dovuto diventare prete – che suo malgrado si perpetua nel tempo a causa del matrimonio con la religiosissima cugina Emma Wedgwood (che fino agli ultimi giorni del famoso accademico cercherà di farlo tornare alla fede), nonché della non voluta e malsopportata fama di “deicida” e “cappellano del diavolo” che l’antropologo si procurò con “L’origine della specie”, la sua opera più famosa, pubblicata nel 1859. “..la prospettiva di essere stati creati direttamente dalla mano di Dio è più lusinghiera che pensare di aver percorso una lunga strada tortuosa e casuale, partendo dagli esseri unicellulari.. L’uomo trova offensivo sapere di essere soltanto il risultato di banali coincidenze..”

Poi incontriamo un Marx curiosamente simile, afflitto da malattie croniche, che col suo ateismo militante avrebbe potuto mascherare in realtà frustrazioni e un senso di colpa, derivatigli dal non essere stato all’altezza della tradizione religiosa della sua famiglia e fors’anche dall’essersi fatto carico dell’abiuro da essa compiuto: Karl Marx, ebreo di nascita, apparteneva addirittura ad una famiglia di rabbini e, secondo la scrittrice, sarebbe potuto diventare a sua volta il rabbino di Treviri. Ma il padre, un avvocato, dovette convertirsi alla fede cristiana di credo protestante, insieme a tutto il nucleo familiare, per poter proseguire senza problemi nella sua professione, a causa del diffuso antisemitismo locale. “..vedo un uomo che, da figlio di un rabbino,è diventato un ateo aggressivo e lotta nel profondo con la colpa di aver tradito l’ebraismo. Non ha seguito le orme dei padri come gli era stato ordinato”.

La prima metà del libro è una sorta di lunga ed interessante introduzione al suo clou, il fatidico incontro mai avvenuto tra i due grandi, in cui la scrittrice dà fondo al suo estro nel descrivere una imbarazzante conversazione a più voci che vede anche coinvolti da un lato la moglie di Darwin ed un parroco amico di famiglia (personaggio fittizio), e dall’altro il “genero” di Marx – il compagno della figlia Eleanor, Edward Aveling, realmente esistito – con Ludwig Buechner, seguace sia della teoria darwiniana che del materialismo scientifico – anch’egli un personaggio storico – che nel romanzo viene presentato addirittura come il presidente del Congresso internazionale dei Liberi Pensatori, nonché fondatore della Lega tedesca dei Liberi Pensatori atei.

E’ mia convinzione che Ilona Jerger si sia essenzialmente un po’ divertita, lei per prima, nel creare questo confronto umano ed intellettuale, arricchito di personaggi simbolici e necessari a dar vita ad un dibattito su quelli che una volta erano gli importanti temi dell’esistenza su questo pianeta. E così facendo fa divertire anche noi – che non ci pentiremo del tempo dedicato a questa lettura – e, cosa più importante, ci farà riflettere.

Ma sarò franco.

Questo libro sarebbe stato un best-seller se fosse stato pubblicato a cavallo tra gli anni settanta e ottanta dello scorso secolo, in quel tempo della mia gioventù ove i grandi temi erano persino oggetto di scontri personali, oltre che di ideologie e di partiti. La materia che tratta, però, oggi non è più di moda, e le conclusioni diverse che illustra sono state superate da noncuranza e indifferenza verso le tematiche di ordine metafisico. E’ tuttavia una lettura piacevole poiché il romanzo è ben scritto, e può attirare senza dubbio gli appassionati di biografie illustri, abbondante com’è di notizie e particolari inediti. Al di fuori di loro, il libro è fatalmente destinato a pochi ed è indicato, a mio parere, per un pubblico assai maturo con una solida base culturale umanistica. E per chi si domanda se ci sia qualcosa oltre il Crepuscolo e cosa eventualmente sia. Ma soprattutto, è per chi si chiede se possiamo vivere facendo a meno di domandarcelo.  

Gregorio Giungi, 1° ottobre 2018

“KURDISTAN, LA NAZIONE INVISIBILE”, a cura di Stefano M. Torelli – Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

“Un popolo al centro del Medio Oriente in crisi, tra Islamic State, petrolio e guerre sporche”. Così recita, in quarta di copertina, la definizione in breve del contenuto di questo piccolo grande libro, tassello indispensabile alla costruzione concettuale di quel complesso ed importantissimo quadro geopolitico-militare che sta tragicamente e fatidicamente influenzando i grandi fattori che determinano la nostra vita.

Io l’avrei intitolato “La nazione negata”, ma avrei dimostrato un emotivo attaccamento a sentimenti risorgimentali inevitabili negli Italiani della mia generazione. E’ infatti inevitabile, per chiunque abbia assimilato la coscienza storica dell’essere il frutto di un Risorgimento (e a noi, da bambini, tale coscienza ce l’ avevano inculcata bene), provare un’istintiva simpatia per i Curdi: un popolo in cerca di un’identità statuale, storicamente diviso da fattori ed attori regionali esogeni (ma anche da qualche fattore interno) che vogliono da secoli i Curdi “divisi, calpesti e derisi”… salvo strumentalizzarli occasionalmente,  mobilitandoli per i propri fini tattico-operativi - o addirittura strategici - contingenti. Ma Torelli e gli altri analisti che hanno scritto quest’opera a più mani – Soner Cagaptay, Cem Yolbulan, Cengiz  Gunes, Carlo Frappi e Robert Lowe – ci riportano coi piedi per terra dando un’immagine concreta ed obiettiva di tutte le implicazioni, regionali ed internazionali, della questione curda, obbligandoci a ragionare su di essa a prescindere da simpatie o antipatie.

Ed ecco dunque un Kurdistan diverso ed eterogeneo, ove accanto ad una dignità, un coraggio ed una combattività che possono solo definirsi  ammirevoli, si scorgono le divisioni e le rivalità interne tipiche di una lotta per il potere che è cominciata prima ancora che il “Risorgimento curdo” sia compiuto.  Ma, poi, potrà mai compiersi? Secondo Torelli, che ho avuto la fortuna di poter interpellare di persona in proposito, la risposta è no. Troppi sono gli interessi discordanti, all’esterno ma anche all’interno della comunità curda, che rendono altamente improbabile un evento finale del genere. Ne sarebbe una dimostrazione quel che è accaduto nel Kurdistan iraqeno, dove, appena conquistata l’autonomia dopo la prima Guerra del Golfo, è scoppiata una guerra civile tra le fazioni legate ai due principali clan curdi, la quale ha determinato una ulteriore suddivisione politica del loro territorio in due parti; una delle due (quella dominata dal partito-clan di maggioranza) è entrata poi addirittura nella sfera di influenza, incredibile dictu, della Turchia, che con Erdogan – non tutti lo sanno – aveva inizialmente intrapreso una politica di distensione con la comunità curda, dentro e fuori dei propri confini. Oggi le cose sono cambiate, come invece tutti sappiamo, e quest’opera ci spiega compiutamente come e perché. Tuttavia, è interessante notare che la Turchia di Erdogan ha comunque mantenuto ottimi rapporti politici ed economici col KRG, il Kurdistan Regional Government in Iraq, che rimangono tali anche nel momento in cui scrivo. Leggendo il libro, possiamo del resto intuire come ogni intromissione turca, amichevole o aggressiva, nelle aree curde al di là dei suoi confini, è comunque indirizzata a impedire che l’incubo  storico di ogni governo turco – il “contagio” dell’unificazione ed indipendenza del Kurdistan a tutti i territori che lo compongono, inclusi quelli all’interno della Turchia – diventi realtà. D’altronde, a prescindere dall’azione di Ankara, ed anche se l’autonomia del Kurdistan iraqeno è diventata oggi qualcosa di molto simile ad una indipendenza de facto, resta comunque difficile, dopo aver letto attentamente queste pagine, intravvedere una estensione del fenomeno kurdo-iraqeno alle altre aree curde. Almeno per il momento.

Tornando dunque al libro: il primo capitolo si propone di fornire al lettore gli elementi di base per poter meglio inquadrare e analizzare la questione del Kurdistan. Il secondo capitolo analizza il contesto turco come quello che più di tutti influenza l’evoluzione della questione curda. Il terzo capitolo si focalizza sulla primaria importanza assunta dalle milizie curde nella lotta allo Stato Islamico sul campo dei teatri siriano ed iraqeno. Il quarto capitolo è dedicato allo studio approfondito del fattore economico e geopolitico rappresentato dalla capacità produttiva energetica del territorio curdo, in particolare del Kurdistan iraqeno, il più ricco. Nel quinto ed ultimo capitolo troviamo un quadro preciso delle relazioni tra il mondo occidentale (soprattutto gli Stati Uniti) e le comunità curde in Medio Oriente. Alla fine, mancherebbe solo un approfondimento sul Kurdistan iraniano, che gli autori hanno trattato marginalmente; il perché del resto è intuibile, essendo esso effettivamente ai margini della questione curda nel suo complesso. Un’area, potremmo dire, che al momento non ha dimostrato un particolare interesse per gli sviluppi della questione nazionale curda.

In tema di conclusioni, l’elemento più rilevante che scaturisce da questa lettura sarebbe l’inesistenza in Kurdistan, allo stato attuale delle cose, di un vero e proprio  progetto nazionale unitario. Scrivendo “sarebbe”, non uso il condizionale a caso. Benché l’autorevole parere di Torelli sull’inesistenza attuale di tale progetto sia logica conseguenza dell’intera analisi esposta nel libro, rimane riscontrabile che tuttavia – in Siria, Iraq e, sia pur entro certi limiti e non coerentemente, anche in Turchia sud-orientale – la dinamica oggettiva di eventi e interventi ci mostra che le aree curde, ognuna per conto proprio, stanno materialmente andando, nei fatti, in quella apparente direzione. Forse, come è già successo nella loro storia, poiché spinte da altri. Nel caso siriano, è notabile che i Curdi dell’YPG (Yekineyen Parastina Gel), con le Syrian Democratic Forces e l’aiuto statunitense, stanno espandendo il loro territorio anche più del dovuto, nel senso che stanno integrando territori che in realtà non farebbero parte del Kurdistan siriano, come esso era tradizionalmente delimitato; perlomeno, stanno sicuramente inglobando territori abitati anche da un buon numero di Arabi. Anzi, sembrerebbe che li stiano cacciando da lì… Ragionando dunque in termini di lunga scadenza, secondo me, sulla nascita di un’entità statuale curda non è detta l’ultima parola… Dopotutto, in Medio Oriente, l’ultima parola può mai esser detta?

In definitiva, il libro sulla “nazione invisibile”, pur pensato per gli addetti ai lavori, è prezioso per tutti. Per tutti coloro che sono interessati alla comprensione delle grandi cose del mondo, quelle cose importanti che, direttamente o indirettamente, più presto o più tardi, finiscono col creare le variabili che determinano la nostra vita. Come qualcuno avrà già intuito, esse oggi si trovano in realtà tutte al di fuori del nostro paese. E’ vitale comprenderle. Forse non tanto per pretendere di influire su di esse, ma almeno per esserne coscienti. E’ la coscienza che ci rende diversi da un travicello trasportato dalla corrente: coscienti, possiamo almeno provare a nuotare ed opporci ai flutti per arrivare da qualche parte. O perlomeno, per non andare a fondo.

Gregorio Giungi, 16 luglio 2017

“STILICHO”-L’ultimo generale, romanzo di Emilio Paterna – Ed. Castelvecchi

“Il Senato..quella istituzione di gloriosa tradizione che per secoli aveva rappresentato Roma e i suoi cittadini ora operava quasi esclusivamente nell’interesse dei suoi membri e di qualche migliaia di ricchissimi latifondisti e scansava il peso delle responsabilità amministrative e dell’impegno militare per dedicarsi a commerci lucrosi, a traffici finanziari e a una attività legislativa finalizzata principalmente a evitare le tasse…”. Non so se Emilio Paterna lo abbia fatto apposta e questa frase che ritrae la situazione politica di allora (come altre situazioni descritte nella narrazione, ad esempio quella dell’esercito, “sentina dove si riversavano i peggiori tra la molteplicità dei vizi che corrompevano quell’epoca infelice”) voglia essere una velata allusione alle vicende italiane attuali, o se invece volesse essere una mera rappresentazione della situazione storica della politica romana di fine Impero – siamo nella Roma del  V° secolo dopo Cristo – fatto sta che il lettore non potrà fare a meno di compiere dei paragoni, ponderando che dopotutto noi, pallide ombre dei nostri grandi antenati, abbiamo pur sempre gli stessi grandi difetti della nostra stirpe, senza averne più, ahimé, i grandi pregi… ma si ritroveranno anche questi ultimi, nella lettura di questo avvincente romanzo, che è una finestra su uno dei periodi più tristi ed interessanti della storia romana, quello della decadenza. Nel suo marasma, si vedono ancora combattività, coraggio e cruda determinazione – in tutti, anche nei personaggi negativi – nonché lealtà ed abnegazione – in alcuni – che convivono, brillando, con le stesse meschine bassezze dell’animo mediterraneo che potremmo vedere, descritte o desumibili, nei nostri telegiornali, o incontrare di persona nella nostra vita quotidiana.

E in mezzo, a dominare la scena, Stilicone, il grande generale e ministro dell’Impero, il barbaro germanico che scelse di essere Romano e di rimanerlo fino in fondo, anche a costo della sua vita… Il personaggio è ben delineato, anche se si nota, a mio parere, una sorta di “cesura” tra lo Stilicone della pars magna della vicenda e lo Stilicone della fine, rendendoli quasi, nella percezione del lettore, due personaggi diversi e non precisamente coerenti… ma forse l’autore ha dovuto sforzarsi di orientare il protagonista verso la realtà storica di quella che fu la sua fine, che indicò in effetti la sua fondamentale volontà di non dilaniare l’Impero d’Occidente con una devastante guerra civile, la cui conclusione, oltretutto, avrebbe previsto comunque, in caso di vittoria, l’eliminazione inevitabile dell’Imperatore Onorio, suo figlio adottivo e genero. Questo “cozza” con lo Stilicone della parte centrale, che da valente militare puro e semplice era diventato nel tempo – soprattutto grazie all’influenza della sagace moglie Serena, nipote di Teodosio – anche un cinico politico di pochi scrupoli e relativamente scaltro. Ma forse è vero che, nell’ora della fine, alcuni di noi ritrovano sé stessi…così sembra essere stato per Flavius Stilicho, che dopo aver sostanzialmente prevaricato, coartato e trattato l’Imperatore Onorio come un inetto mentecatto  – quale in effetti sembrerebbe essere stato, almeno nel romanzo – poi ne paga il fìo, scoprendo di rispettare l’istituzione imperiale ancora troppo profondamente, nonostante tutto, per poter compiere il passo estremo che gli avrebbe consentito di sopravvivere, salvare la vita a tutti i suoi cari e agli uomini che lo sostenevano: eliminare Onorio e proscrivere la maggioranza dei Senatori romani. Per la verità, la narrazione di Paterna mette in risalto soprattutto il senso dell’onore personale di Stilicone – che avrebbe rifiutato di compiere l’ineluttabile per non infrangere il giuramento di fedeltà fatto a Teodosio morente –  insieme all’affetto paterno che avrebbe inevitabilmente provato per quel giovane sovrano, che pur disprezzava… Ma la più probabile verità storica, che qui emerge indirettamente, è che a trattenere la mano del generale fu la sua coscienza di quel che sarebbe accaduto con la sua reazione: anche se avesse vinto, la guerra civile avrebbe irrimediabilmente indebolito l’Impero d’Occidente (che già era in pessima salute), esponendolo di più ai suoi nemici esterni, cui si sarebbe aggiunto oltretutto anche l’Impero d’Oriente (che mai avrebbe tollerato di cedere la fetta occidentale della torta ad un barbaro traditore). Se poi avesse perso, a tutto ciò si sarebbe aggiunta anche la sua morte.

Stilicone dunque sceglie di salvare a tutti i costi la “sua” creatura, l’Impero d’Occidente, su cui aveva investito una vita di lotta e di fatiche, e accetta il rischio di mettersi nelle mani dell’Imperatore e degli insorti , chiedendo clemenza ed offrendosi di tornare a servire Roma come semplice comandante di soldati. Come un grande artista, egli preferisce sacrificare sé stesso piuttosto che veder distrutta la sua opera d’arte che tanto gli è costata, che percepisce come qualcosa di più grande ed importante della sua stessa vita…  e magari salvare almeno sua moglie e suo figlio, cedendo al vile ricatto dei senatori, che avrebbero potuto forse superare la protezione di Onorio ed uccidere anche loro nel caso lui non si fosse consegnato (gli altri parenti più prossimi di Stilicone erano già stati uccisi tutti). E’ un peccato che egli non potesse veder meglio il futuro di Roma, che non avesse capito che il destino di quella civiltà era già segnato (vedendo poi anche, già che c’era, che il figlio Eucherio sarebbe stato comunque assassinato)… Forse, se avesse potuto intuire che invece, grazie a lui ed alla guida di quei pochi come lui, Roma sarebbe perlomeno durata un po’ di più (o fors’anche sopravvissuta!), allora, chissà,  la Storia dell’Occidente avrebbe preso una strada diversa...

Emilio Paterna abbraccia quindi una delle due scuole di pensiero dominanti riguardo la vicenda di Flavio Stilicone, cioè quella che lo vede tutto sommato come un personaggio positivo ed eroico che si oppose ad una classe politica corrotta e decadente, e ad un'autorità debole ed inetta, incapace di sostenere una situazione geopolitica estremamente difficile. L’altra scuola di pensiero, è doveroso dirlo, vede invece Stilicone come un prodotto della decadenza stessa e della debolezza dell’Impero, poiché in effetti, secondo questa corrente di storici, egli sarebbe effettivamente stato un sostanziale traditore e potenziale usurpatore (avrebbe voluto imporre il figlio Eucherio come co-reggente dell’Impero, o addirittura come Imperatore). A favore della prima tesi, adottata dall’autore, depone il fatto indubitabile che la Storia molto spesso stritola i Migliori, quando essi si ergono contro una moltitudine di peggiori al potere… ma è difficile per tutti noi pronunciarci con certezza a riguardo della verità..abbandoniamoci allora al piacere della lettura senza affaticarci ad indagare.

A proposito di lettura, non vorrei far arrabbiare l’autore, ma non mi è sempre piaciuto il suo stile narrativo.

Lo scrivere è prolisso e talora ridondante, si ha l’impressione che taluni passi siano eccessivamente particolareggiati. Le 461 pagine nette di cui si compone il romanzo avrebbero potuto essere di meno. Ciononostante, pensate un po’, sono rimasto avvinghiato ad esse poco dopo aver cominciato a leggere, e ho divorato queste troppe pagine in pochissimi giorni. Perché il contenuto dell’opera è affascinante ed istruttivo, e le vicende tragiche e grandiose che lo costituiscono non consentono al lettore un calo della tensione, anche ove fosse occasionalmente annoiato da alcune lungaggini nell’esposizione dei fatti. Anzi, proprio queste lungaggini spronano di più ad andare avanti nella lettura, rendendo chi legge impaziente ed ansioso di vedere come andrà a finire il frangente narrato in quel capitolo… Le battaglie, poi, sono descritte in modo mirabile, riuscendo a produrre nel lettore l’alienazione necessaria per sentirsi trasportato sul campo, osservatore privilegiato ed invisibile al fianco dei legionari e dei barbari. Da Adrianopoli a Fiesole si ha l’impressione di essere lì, a guardare prima la fine ingloriosa di Valente, poi l’olocausto di Radagaiso e dei suoi, sporcandosi del sangue che scorre impetuoso come un fiume attraverso le pagine…

Chi sa di Storia Romana sa già come tutto va a finire, ma ciò non gli impedisce di essere estremamente curioso di vedere COME lo scrittore racconterà la fine. E Paterna, profondo ed erudito conoscitore di questo periodo storico, riesce a sorprenderci raccontandocela con articolata dovizia di efferati particolari – che mancano nell’esposizione dei manuali di Storia comunemente adottati nelle scuole, i quali non arrivano a dirci tutto della morte di Stilicone e di gran parte dei suoi cari – e rammentandoci che è la crudeltà dell’uomo a dominare la scena degli eventi politicamente più importanti della sua esistenza, mentre i momenti di serenità si trovano solo all’interno della gabbia dorata offertaci dalla Civiltà come riparo dalla vita reale. Naturalmente, nel V° secolo dopo Cristo cattiveria e crudeltà in Europa occidentale erano un po’ più platealmente cruente di oggi… Si sa, tra epoche diverse qualche piccola differenza deve pur esserci…

In conclusione, dunque, vi consiglio senz’altro di leggere questo libro, che non vi farà pentire dei soldi che per esso spenderete. “Stilicho” è un viaggio nel tempo, che offrirà ai vostri occhi un brano di quel romanzo bellissimo, avventuroso ed affascinante che è la Storia stessa, e di cui è protagonista l’Umanità.

 Gregorio Giungi