“MORTO STALIN, SE NE FA UN ALTRO”, BRILLANTE FUSIONE DI STORIA, SATIRA POLITICA E BLACK COMEDY – Un film di Armando Iannucci, con Adrian Mc Loughlin, Steve Buscemi, Jeffrey Tambor, Jason Isaacs e Olga Kurylenko

“Il compito di ogni comico è infliggere il secondo sorriso, la fessura che appare quando una gola è stata tagliata”. Questa frase, una frase che ho sempre trovato un po’ inquietante, detta dall’un tempo famoso Daniele Luttazzi – qualcuno lo ricorda? Quello di “Satyricon”, la dissacratoria trasmissione televisiva andata in onda nel 2001 – è quella che mi è tornata alla mente dopo aver visto questo imperdibile film il cui titolo italiano è una volta tanto migliore di quello originale (The death of Stalin), che ho trovato semplice ma troppo banale nel rendere l’idea della natura del contenuto.

I bravi attori di questo cast d’eccezione riescono a far sorridere lo spettatore sguazzando nel sangue e nella sofferenza delle vittime, rievocando gli ultimi giorni di Iosif Vissarionovich Dzugasvili, vero nome dell’autocrate sovietico Stalin. La pellicola – tratta da una graphic novel francese – porta ilarità e ironia nelle cupe carceri sovietiche rendendo comiche situazioni altrimenti allucinanti, che non si saprebbero raccontare senza opprimere il pubblico. Poiché è in questo il primo e più evidente pregio dell’opera, riuscire cioè a raccontare i tratti umanamente più terribili di una delle dittature più dure e spietate della storia contemporanea senza creare angoscia. Il fine di essa, in effetti, è esorcistico ancor più che satirico. Nel delineare i protagonisti della vicenda (tutti personaggi storici reali) l’intento degli sceneggiatori è quello di ridicolizzare il totalitarismo e la bramosia di potere degli apparati – fenomeno quest’ultimo senz’altro non limitato soltanto alle dittature – stigmatizzandone la meschinità e la paura, veri carburanti delle tirannie.  E la lotta per il potere si scatena col cadavere di Stalin ancora caldo, in un crescendo grottesco e tragicomico ove la grandi figure della storia sovietica si rivelano crudeli “figurine”, più o meno astute o più o meno deboli. Ma se la struttura della tirannia si muove e si nutre di tali sentimenti , la base fisica su cui essa poggia è l’amore del popolo. Perlomeno, ciò sembra emergere dal film, in cui la dittatura stalinista, che terrorizza la pubblica amministrazione e i silenziosi oppositori,  suscita però l’apprezzamento e l’affetto delle masse, che si riversano a Mosca per testimoniare la loro vicinanza all’appena defunto “Piccolo Padre”, incuranti dei divieti e delle pallottole della Polizia di Berja. Il film qui allude ai fatti occorsi in occasione dei funerali di Stalin, facendone una caricatura, quando effettivamente una fiumana di gente si riversò disordinatamente sulla capitale da ogni parte dell’Unione Sovietica, causando nelle strade una ressa che uccise centinaia di persone per schiacciamento (non perché la Polizia gli avesse sparato addosso, a quanto si sappia).

In conclusione, sorrisi e risate sanguinanti di questa satira priva di scrupoli ma mai volgare – quindi assai diversa da quella nostrana – vi faranno apprezzare questa pellicola, e vi indurranno a chiedervi come mai essa sia stata presente solo nei cinema d’essai anziché nel grande circuito… disinteresse della grande distribuzione o elezioni politiche imminenti? Sia come sia, prendete comunque nota del titolo. Ad elezioni concluse, perlomeno,  troverete il film in videoteca ;-)  

Gregorio Giungi

“ARRIVAL”, UN SOLO OSCAR ALLA FANTASCIENZA MATURA E RIFLESSIVA

Peccato. Soltanto un oscar per il montaggio sonoro ad un film che senz'altro meritava un maggior riconoscimento. Ma quest'anno era davvero difficile competere con i film incentrati su tematiche sociali importanti, collegate alla tumultuosa contingenza politica americana. 

Non ha conquistato l'Accademia questo film che pur grigio, quasi “decolorato”, lento e a tratti cupo ed oppressivo riesce comunque ad essere un film assai avvincente. Anzi, visto l’argomento, forse proprio queste caratteristiche contribuiscono a renderlo bello. Fantascienza di stampo classico ma adulta e matura, in cui l’azione cede parzialmente il passo al contenuto, "ARRIVAL" forse è stato giudicato poco originale, ricordando qua e là “Ultimatum alla Terra” (intendo la versione originaria del 1951, non il recente remake con Keanu Reeves e Jennifer Connelly) e “2001 Odissea nello spazio”. Immerso in atmosfere prese in prestito da M. Night Shyamalan, il film è ciononostante un’opera con una sua personalità. Interessante e intenso, ben congegnato e davvero ben recitato, anche dagli attori non-protagonisti, catturerà e sorprenderà lo spettatore, che rimarrà vigile e curioso durante tutta la proiezione, senza cali di attenzione. Ma soprattutto, lo farà riflettere. Dopo aver toccato un tema significativo della neurosemantica – “noi siamo il modo in cui parliamo” – la narrazione riporta a  considerazioni della fisica einsteiniana, dove lo spazio è l’unica realtà dimensionale oggettivamente rilevabile, mentre il tempo è una percezione illusoria, da noi creata per gestire l’impatto dell’esistenza. Ma esso ci inganna, calandoci sugli occhi un velo che ci impedisce di cogliere nitidamente la realtà estesa della fisica universale… E poi, ci sono quegli accidenti di Militari che con gli alieni non possono che combinare guai, naturalmente! Saluta

Non vi dirò altro sulla trama per non togliervi in alcun modo il gusto di andarlo a vedere, cosa che vi consiglio caldamente nonostante lo scarso successo con gli Academy Awards. O se preferite, potrete ovviamente aspettare che esca il DVD nella vostra videoteca di fiducia per vedervelo comodamente a casa fra qualche tempo, evitando così i fastidi spesso procurati dalla moltitudine nei grandi cinema. Ad ogni modo non è il caso di perderlo, credetemi. Non vanno persi i bei film che ci fanno salire alla mente domande importanti, e questo è QUEL genere di film. E anche voi, come nella fiction, sarete indotti a porvi una domanda letteralmente fatidica: se conoscessi il mio Destino, farei comunque le stesse scelte? Cercherei di cambiarlo o cercherei di dare valore ed importanza non alla fine, ma a tutto quello che c’è nel mezzo prima di essa? La risposta non è obbligata né scontata. Io me la sono data, e mi piacerebbe conoscere la vostra.

Gregorio Giungi

“SULLY”, UN UOMO CHE SI CONFRONTA CON IL SISTEMA (E CON SE’ STESSO)– un film di Clint Eastwood, con Tom Hanks e Aaron Eckhart

Uscito da pochi giorni nelle sale cinematografiche, “Sully” è un film-verità girato da un più che mai maturo Clint Eastwood, volto ad indagare e a rappresentare i tratti più significativi di una umanità migliore. Tratti che talora emergono in alcuni uomini e in alcuni momenti della vita, come è successo nel caso di Chesley Sullenberger, pilota e comandante del volo US Airways 1549 decollato il 15 gennaio 2009 da New York alla volta di Charlotte, North Carolina. L’aereo, un Airbus A320-214 con a bordo 155 persone tra equipaggio e passeggeri, poco dopo il decollo incorre in un “bird strike”, uno scontro con uno stormo di uccelli in volo (oche canadesi, per l’esattezza) che vengono risucchiati dai due reattori. I malcapitati uccelli danneggiano gravemente i motori che vanno in blocco, costringendo l’aereo ad un ammaraggio forzato nelle gelide acque del fiume Hudson; l’aereo però non va distrutto nell’impatto, riuscendo a conservare la sua integrità strutturale grazie alla perizia del comandante Sullenberger – Sully, come lo chiamavano tutti – che compie una manovra perfetta, da manuale, riducendo al minimo la violenza della caduta. La tempestività e l’ineccepibile comportamento dei soccorritori completano poi il salvataggio di tutte le persone a bordo (in 24 minuti!), trasformando l’incidente in un evento da guinness dei primati ed il comandante Sully in un eroe.

Ma la storia non finisce qui. Il sollievo per la scampata tragedia cede subito il posto ad una nuova angoscia, poiché la società di assicurazioni che avrebbe dovuto ripagare la compagnia aerea ed i passeggeri si adopera in tutti i modi per dimostrare che l’ammaraggio si sarebbe potuto evitare se Sully avesse optato per l’atterraggio d’emergenza in una delle due piste vicine e disponibili, come prospettato dalla sala operativa dell’unità di crisi che lo seguiva da terra. Se fosse riuscita a dimostrare l’errore umano, l’assicurazione si sarebbe salvata, mentre il comandante Sullenberger sarebbe finito male, licenziato e senza pensione (in America in questi casi non si scherza e non si fanno sconti, nemmeno ad eroi consacrati dal telegiornale, ricordiamocelo). E la faccenda all’inizio butta male, perché tutti i calcoli operati dagli apparecchi di simulazione indicano che l’aereo aveva sufficiente capacità di spinta, in abbrivio, per raggiungere uno degli aeroporti vicini.

Come finisce la vicenda, è già Storia e quindi posso anticiparvelo. Sully alla fine la spunta e dimostra alla commissione inquirente, descrivendo obiettivamente i fatti e introducendo dati più corretti, che le simulazioni precedenti erano sbagliate: l’aereo si sarebbe certamente schiantato, se lui avesse cercato di atterrare sulle piste disponibili. Sully dunque si salva, l’assicurazione paga, l’America ha un eroe in più.

Il film è ben interpretato da due bravissimi attori, Hanks ed Eckhart, perfettamente a loro agio in una recitazione verista imposta da un film cronaca, indirizzato all’escatologia dei valori americani. “Sully” è  una duplice parabola, che ci vuole parlare da un lato dell’Uomo contro la Macchina, e dall’altro dell’Uomo che si erge di fronte al Sistema – fatto di protocolli, di algoritmi statistici e di interessi economici – forte del suo coraggio, della sua esperienza, della sua abnegazione (mentre affondava nell’Hudson, Sullenberger abbandonò il suo aereo per ultimo, dopo aver supervisionato l’evacuazione di tutti), insomma della sua convinzione di aver fatto la cosa giusta. Eastwood, neanche a dirlo, fa il tifo per l’Uomo, e gioisce per la sua vittoria.

Chi andrà a vedere questo film – diretto probabilmente ad un pubblico maturo – non se ne pentirà, e se non farete in tempo a vederlo al cinema vi consiglio comunque di prendere il DVD in videoteca  quando sarà distribuito. Considerate però che, dopo averlo visto, potrebbero salirvi alla mente fastidiosi paragoni… A me, per esempio, all’uscita del cinema, non so davvero perché, mi è venuto in mente il comandante Schettino, ed inspiegabilmente mi sono sentito depresso. Era opportuno che ve lo dicessi.

Gregorio Giungi