GLOBAL JIHAD, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE - di Gregorio Giungi, 28 novembre 2018

Il 21 novembre ultimo scorso un Egiziano residente a Milano e affiliato all’ISIS è stato arrestato in un blitz antiterrorismo della Polizia. L’evento è successivo ad altri simili avvenuti a Foggia e a Torino la scorsa primavera, a dimostrazione che in Italia esiste – come anche il precedente Ministro degli Interni Minniti aveva affermato – una rete di sostenitori dell’ISIS che talora effettuano attività di propaganda e reclutamento a favore del Califfato, talaltra diventano veri e propri “foreign fighters” recandosi a combattere in Medio Oriente. Il fenomeno è ovviamente preoccupante, soprattutto poiché ognuno di questi personaggi – in particolare coloro che vengono addestrati all’estero – è suscettibile di diventare un terrorista al suo ritorno in “patria”, compiendo attentati nella terra di residenza (e quindi anche qui in Italia, in linea teorica).

L’ISIS, d’altro canto, pur essendo senz’altro ridotto a mal partito, non è ancora finito. Fino allo scorso agosto i combattenti del Califfato ammontavano ancora a circa 30.000 unità, che in ottobre hanno lanciato una controffensiva nella valle dell’Eufrate a cavallo del confine siriano-iraqeno, mettendo in difficoltà sia i Curdi in territorio siriano che gli Iraqeni – milizie sciite ed esercito regolare – sul valico frontaliero di Qaim, nella regione di confine di al-Anbar. E’ difficile credere, al momento, che tutto ciò possa capovolgere le sorti dell’ISIS, però occorre ricordare che se un domani esso fosse sconfitto del tutto ma non annientato, i reduci esfiltrerebbero dall’area “nebulizzandosi”, come sempre fanno, molto probabilmente per riorganizzarsi altrove. “Altrove” significa in altre aree del Medio Oriente se indigeni di quelle zone, ma se si tratta di cittadini o residenti in Europa è in questo continente che torneranno per formare cellule terroristiche, o almeno per infoltire i ranghi delle cellule di propaganda e reclutamento.

A proposito del reclutamento, a parte la rete in Italia – esistente ed attiva, ma adeguatamente contrastata –  occorre citare un serbatoio ben più considerevole alle porte di casa nostra, ma apparentemente al di fuori del nostro controllo. E’ paradossale, poiché si tratta del Kosovo, un’area – anzi, un Paese, poiché come tale esso è ormai riconosciuto dai più nel consesso internazionale – soggetta alla presenza di KFOR, una forza militare multinazionale di intervento a comando italiano. Ma a combattere il proselitismo dei radicali islamici non è KFOR, bensì la Polizia del Kosovo, efficacemente attiva in operazioni antiterrorismo che hanno condotto all’arresto di numerosi radicali di ritorno dalle zone di combattimento e dei loro sostenitori logistici. A tale efficace azione però non corrisponde un coerente comportamento della neonata autorità giudiziaria kosovara, che appare invece blandamente punitiva: le sentenze di condanna variano dai tre ai cinque anni di reclusione, secondo alcuni troppo pochi per produrre un incisivo effetto deterrente nei più giovani. Nessuna azione, a quanto attualmente risulta, viene oltretutto intrapresa contro la causa primaria della diffusione del radicalismo in Kosovo, cioè le moschee wahabite finanziate dai plutocrati della penisola arabica, eminentemente Sauditi. Sono queste i veri centri di propaganda e proselitismo a favore della rivoluzione conservatrice islamica, radice culturale dell’integralismo armato. Perché questa ambiguità? Perché l’economia del Kosovo vive di “luce riflessa”: il benessere reale comune non dipende tanto dal Prodotto Interno Lordo in senso stretto – cui senz’altro la costruzione ed il mantenimento di moschee contribuisce – quanto dal reddito monetario circolante, costituito dai molti soldi stranieri che a vario titolo (spesso un titolo poco cristallino) arrivano in Kosovo oggi. Una congrua percentuale di essi sono senz’altro i soldi arabi, che verosimilmente arrivano anche sotto forma di “elargizioni” personali nelle tasche dei locali Imam, della loro cerchia di supporto più immediata nonché, forse,  di personaggi istituzionali del neonato Stato. Più liquidità circolante, più benessere.

Dunque, tirando le somme, comunque vada la Jihad globale sembra essere un fenomeno che si avvia verso la cronicizzazione: quanto accade in Kosovo (che secondo me fornisce ai contribuenti un motivo in più per domandarsi se vale la pena continuare a spendere per mantenere un contingente italiano laggiù, visto che non è usato per perseguire un interesse nazionale prioritario)  ed in altri eventuali “hotbeds” della propaganda e del reclutamento; la seconda generazione di immigrati in Europa da cui proviene lo spontaneismo armato dei “lupi solitari”; l’immigrazione non controllata – quest’ultima riguardante oggi più che altro l’Italia, visto che il resto dell’Unione Europea, con la recente eccezione della Spagna, ha pressoché chiuso le frontiere – che può fatalmente comprendere elementi pericolosi (come a suo tempo aveva ammesso lo stesso ministro Minniti, membro di un governo senz’altro al di sopra di sospetti di xenofobia); infine, l’esfiltrazione di “returnees” ostili dalle zone di guerra, sono tutti fattori che consolideranno la latenza del problema sul suolo europeo. Ciò non significa, secondo lo scrivente, che in Europa si verificherà una “israelizzazione” del territorio. Il problema rimarrà latente, è vero, ma la cronaca corrente sembra indicare che gli Stati europei hanno ormai generalmente potenziato, de facto atque de iure, la loro capacità di controllo del territorio e della popolazione straniera residente. Un esempio per tutti il Belgio – il Paese ove il fenomeno del fronte interno è più rilevante – che già dal 2015 ha implementato il “Piano R” (‘Actieplan Radicalisme’), contenente tutte le azioni ad ogni livello legalmente effettuabili per prevenire il radicalismo e reprimere l’estremismo violento. Il piano è stato potenziato poi nel 2017 con ulteriori 28 misure di sicurezza. Per quanto riguarda l’Italia in particolare, posso qui ripetere quanto ho già avuto occasione di affermare: da un lato, si potrebbe ipotizzare che il nostro Paese sia stato eletto dai terroristi ed affiliati a “retrovia logistica”, ove è bene per loro limitarsi a soggiornare, evitando azioni violente, per evidenti ragioni di opportunità auto-conservativa; dall’altro,  occorre rammentare che i nostri servizi di sicurezza, storicamente, giocano molto bene in casa, dimostrando da sempre un’alta e capillare capacità di controllo del territorio e della popolazione. Se fosse lecito usare una approssimativa metafora calcistica, direi che mettono molto bene in pratica la vecchia tattica del “catenaccio”. Tutto ciò ovviamente a scapito della nostra privacy nelle comunicazioni, ormai definitivamente compromessa. Un sacrificio, ahimé, che forse ci conviene tutto sommato accettare, apprestandoci a diventare degli “ottimisti in allerta”.

        

Fonti:

-          La Stampa, “Sono pronto a fare la guerra”, 21 novembre 2018

-         Il Foglio, “Gli arresti a Foggia e Torino svelano quant’è ampia la rete italiana dell’Isis”, 29 marzo 2018 - di Luca Gambardella

-          Analisi Difesa, “Isis e turchi mettono sotto pressione i curdi in Siria”, 31 ottobre 2018

-        www.irinnews.org, “Lessons from Kosovo? How a European hotbed of Islamist extremism deals with returning fighters”, 2 marzo 2018  – di Helen Nianias

-    https://diplomatie.belgium.be - Kingdom of Belgium, foreign affairs “Fight against terrorism”

 

The Terrorists the Saudis Cultivate in Peaceful Countries

Nicholas Kristof - The New York Times

Which Islamic country celebrates as a national hero a 15th-century Christian who battled Muslim invaders?

Which Islamic country is so pro-American it has a statue of Bill Clinton and a women’s clothing store named “Hillary” on Bill Klinton Boulevard?

Which Islamic country has had more citizens go abroad to fight for the Islamic State per capita than any other in Europe?

The answer to each question is Kosovo, in southeastern Europe — and therein lies a cautionary tale. Whenever there is a terrorist attack by Muslim extremists, we look to our enemies like the Islamic State or Al Qaeda. But perhaps we should also look to our “friends,” like Saudi Arabia. 
For decades, Saudi Arabia has recklessly financed and promoted a harsh and intolerant Wahhabi version of Islam around the world in a way that is, quite predictably, producing terrorists. And there’s no better example of this Saudi recklessness than in the Balkans. 
The Kater Llulla mosque in Prishtina (also known as “Hasan Beg” mosque). Built with funds from Saudi Arabia, the mosque has the reputation of being a hotbed of radical Islam. 
Kosovo and Albania have been models of religious moderation and tolerance, and as the Clinton statue attests, Kosovars revere the United States and Britain for averting a possible genocide by Serbs in 1999 (there are also many Kosovar teenagers named Tony Blair!). Yet Saudi Arabia and other Gulf countries poured money into the new nation over the last 17 years and nurtured religious extremism in a land where originally there was little. 
The upshot is that, according to the Kosovo government, 300 Kosovars have traveled to fight in Syria or Iraq, mostly to join the Islamic State. As my colleague Carlotta Gall noted in a pathbreaking article about radicalization here, Saudi money has transformed a once-tolerant Islamic society into a pipeline for jihadists. 
In a sign of the times, the government last year had to turn off the water supply in the capital temporarily amid fears of an Islamic State-inspired plot to poison the city’s water. 
“Saudi Arabia is destroying Islam,” Zuhdi Hajzeri, an imam at a 430-year-old mosque here in the city of Peja, told me sadly. Hajzeri is a moderate in the traditional, tolerant style of Kosovo — he is the latest in a long line of imams in his family — and said that as a result he had received more death threats from extremists than he can count. 
Hajzeri and other moderates have responded with a website, Foltash.com, that criticizes the harsh Saudi Wahhabi interpretation of Islam. But they say they are outgunned by money pouring in from Saudi Arabia, Kuwait, Qatar, the United Arab Emirates and Bahrain to support harsh variants of Islam through a blizzard of publications, videos and other materials. 
“The Saudis completely changed Islam here with their money,” said Visar Duriqi, a former imam in Kosovo who became a journalist who writes about extremist influences. Duriqi cites himself as an example: He says he was brainwashed and underwent an extremist phase in which he called for imposing Shariah law and excusing violence. Those views now horrify him. 
This is not a Kosovo problem, but a global problem. I first encountered pernicious Saudi influence in Pakistan, where the public school system is a disgrace and Saudis filled the gap by financing hard-line madrasas that lure students with free tuition, free meals and full scholarships for overseas study for the best students. 
Likewise, in traditionally moderate, peaceful countries like Mali, Burkina Faso and Niger in West Africa, I’ve seen these foreign-financed madrasas introduce radical interpretations of Islam. In the Balkans, Bosnia is particularly affected by Gulf support for extremists. 
I don’t want to exaggerate. I saw fewer head scarves on my trip through Macedonia, Kosovo and Albania than I do in New York City, and any jihadist would tear his hair out at seeing women with bare heads and shoulders, not to mention shorts. 
There are still pillars of pro-American feeling and ecumenism (there is great reverence among Albanian Muslims for Mother Teresa, who was Albanian). Moreover, after a series of arrests of radical imams in Kosovo and Albania, the situation may have stabilized, and jihadists no longer seem to be traveling to Syria from here. 
But the world needs to have tough conversations with Saudi Arabia about its role. It’s not that it is intentionally spreading havoc, more that it is behaving recklessly; it has made some painstaking progress in curbing extremist financing, but too slowly. 
It’s particularly dispiriting because much of the extremist funding seems to come from charity: One of the most admirable aspects of Islam is its emphasis on charity, yet in countries like Saudi Arabia this money is directed not to fight malnutrition or child mortality, but to brainwash children and sow conflict in poor and unstable countries. 
I asked Hajzeri, the imam, whether he was worried by foreign threats to Islam, like the Danish cartoonist who mocked the Prophet Muhammad. “Cartoonists can just hurt our feelings,” he snorted. “But damaging the reputation of Islam? That’s not what the cartoonists are doing. That’s what Saudi Arabia is doing.”