INVASIONE MIGRATORIA – PUO’ L’ISTINTO DI AUTOCONSERVAZIONE ESSERE DI DESTRA O DI SINISTRA? – di Gregorio Giungi, 11 maggio 2017

Lo scorso fine-settimana sono sbarcati sulle coste italiane circa 3.000 migranti, portando il numero totale delle persone sbarcate nell’anno corrente a 40.000 circa (erano 37.253 al 5 maggio), con un 29,76% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Lo scorso anno, voglio rammentarlo, i migranti sbarcati in Italia hanno raggiunto le 181.436 unità, in crescita esponenziale rispetto agli anni precedenti. Ricordo altresì che l’inviato speciale dell’ONU nell’ex-Libia, Martin Kobler, nei suoi ultimi rapporti-situazione dalla costa nordafricana – prima di essere sostituito nel suo incarico, a febbraio, dal Palestinese Salam Fayyad –  aveva indicato la presenza laggiù di 235.000 persone in attesa di imbarcarsi per l’Italia. Mentre scrivo, gli sbarchi stanno continuando.

Il recente coinvolgimento di alcune ONG nelle operazioni di “soccorso”, al di là di qualsiasi valutazione o giudizio, ha fisicamente incrementato – e forse incoraggiato? –  il traffico migratorio in atto. Il termine “soccorso” va virgolettato, essendo ormai evidente che si tratta di operazioni di prelevamento sottocosta, fors’anche concordate, poiché è evidente al rilevamento satellitare che le navi ONG sono concentrate di fronte a soltanto uno dei porti di partenza dei migranti, cioè Zuwara, in Tripolitania. Le imbarcazioni di fortuna che partono da altri siti costieri non vengono “soccorse” da tali navi umanitarie e rimangono esposte esattamente agli stessi rischi di sempre.

L’Italia – un paese grande quanto l’Arizona, ma che contiene già il corrispondente di quasi un quinto dell’intera popolazione statunitense, ed infatti uno dei principali paesi dell’Europa continentale a più alta densità demografica – vedrà quindi aumentare ulteriormente la  sua componente etnica esogena, al momento ammontante a circa 5.500.000 unità tra comunitari ed extra-comunitari. Anzi, tra Europei ed extra-Europei. Una componente in espansione troppo rapida perché si possa credere ad una sua effettiva integrazione. Anche chi crede che l’integrazione etnica così come ci viene presentata sia qualcosa di possibile, non può infatti pensare, né pretendere di far credere a tutti, che essa possa avvenire quando i tempi dell’afflusso sono così rapidi ed i numeri così alti. Ciò è fisicamente impossibile. E questa massa di gente, va ricordato, andrà ad incidere sul nostro costrutto socio-economico già in crisi e perennemente sull’orlo del baratro per altre ragioni, e che dispone di una quantità di denaro pubblico che appare già poco per i bisogni degli Italiani originari (anche a causa del modo in cui sono storicamente gestiti).

Se dunque questo trend migratorio non si interrompe – e sembra che ciò non accadrà – in capo a dieci anni da ora gli stranieri in Italia saranno almeno 7.500.000, SE il flusso si attesterà sui 200.000 migranti all’anno. Ma la cifra potrebbe essere assai maggiore, visto che ad un aumento del flusso non si oppone alcuna azione restrittiva. In linea di principio, visto che gli stranieri in arrivo su imbarcazioni di fortuna devono essere accolti, evidentemente non c’è un limite al numero di migranti che potrebbero arrivare da noi.

Nel mio precedente articolo in materia del 30 settembre ultimo scorso, avevo già evidenziato il tratto di follia di tutta questa vicenda surreale, in cui l’aspetto più eclatante era ed è una contraddizione di fondo del nostro comportamento: se questa gente fa viaggi allucinanti per arrivare nell’ex-Libia, o talvolta in Egitto, e spende cifre altissime per rischiare la vita su imbarcazioni di fortuna per raggiungerci, anziché arrivare semplicemente all’aeroporto più vicino ed acquistare un semplice biglietto aereo, è perché le nostre rappresentanze diplomatiche non gli concedono il visto d’ingresso nel nostro paese. Se veramente volessimo, dunque, anteporre l’esigenza umanitaria dell’accoglienza a qualsiasi altra considerazione e veramente facessimo tutto questo – PUR IN PALESE INFRAZIONE DI QUANTO DETTANO LE NOSTRE LEGGI SULL’IMMIGRAZIONE – per salvare vite umane, allora non dovremmo far altro che concedere in maniera estensiva il visto d’ingresso a quanti ce lo richiedono. Se lo facessimo tutte queste persone non morirebbero, non finanzierebbero terroristi e criminali, noi spenderemmo meno soldi, centellineremmo il loro ingresso, avremmo tempo per organizzarci ad accoglierle meglio e, perché no, istradarle in qualche modo verso i lavori che ci servono convincendole a restare. Magari senza ridurle in schiavitù o giù di lì. Perché allora non lo facciamo?  

A questo punto, dunque, è lecito dire che si vuole invece mantenere artificiosamente in atto una situazione d’emergenza – in cui alcuni migranti muoiono – per motivi che lascio indicare al Lettore. Nel riflettere su questi Perché, è bene che egli consideri alcuni punti fermi. Prima di tutto il fatto che l’emergenza umanitaria così come si configura è un affare molto ghiotto per chi la gestisce. In Italia, il mondo delle organizzazioni umanitarie e delle cooperative di ogni colore, incluse quelle cattoliche care al Papa, prosperano sull'accoglienza col finanziamento dei loro progetti, così come gli albergatori prendono soldi con l'alloggio dei rifugiati. Le imprese di ogni genere, soprattutto quelle in crisi, lucrano enormemente sulla manodopera fornita da alcuni di questi disgraziati a prezzi di sfruttamento. Secondo i recenti e conosciuti fatti di cronaca, sembrerebbe inoltre che anche la criminalità organizzata possa essere interessata al settore, con particolare riguardo agli appalti pubblici di opere relative all'accoglienza. L’ingresso in campo di Organizzazioni Non Governative di non chiara origine e conformazione, del resto, testimonia che all’estero enti o personaggi non meglio identificati abbiano interessi economici in questo gioco. Che poi i finanziatori oscuri delle ONG coinvolte abbiano scopi politici di destabilizzazione dell’Italia e del continente europeo, o interessi economici puri e semplici, è di ardua comprensione, ma che tali finanziatori esistano è ormai pressoché evidente, quanto è evidente la manipolazione mediatica su vasta scala intesa a nasconderlo. E’ infatti puerile credere che organizzazioni sconosciute nate dal nulla, di recente o recentissima creazione, ad opera di personaggi altrettanto sconosciuti – o invece conosciuti come imprenditori o addirittura avventurieri – possano sostenere i costi di un’attività del genere con migliaia e migliaia di micro-donatori che le sovvenzionano con frequenza costante e continua, con cifre oltretutto non credibili per la persona media! Ne è un esempio – e non uno dei più eclatanti – Proactiva Open Arms, fondata da un imprenditore catalano, che avrebbe raccolto più di due milioni di euro in pochi mesi con 16.500 comuni donatori, che avrebbero dato tutti, in media, 125 euro a testa, al di fuori di significative attività di crowd funding televisive conosciute. E ancor di più non è credibile che essi continuino indefessi a farlo, lo ripeto, con coerente assiduità. Se poi consideriamo che le ONG di cui parliamo sono più di una, operanti con più imbarcazioni e in più missioni dislocate (almeno Open Arms è presente anche nel Mediterraneo orientale, sull’isola di Lesbo), saremmo obbligati a credere che esista tra la gente comune una sorta di “popolazione parallela” di filantropi che si autotassa coerentemente e incisivamente nel tempo per sostenere tutte queste organizzazioni. Ma la cosa ancora più incredibile, mi duole aggiungerlo, è che una ristretta cerchia di persone – i dirigenti delle ONG – si sobbarchino una tale mole di lavoro, di fatica e di rischi, quale è quella relativa ad attività del genere,  senza un qualche profitto personale. Non è antropologicamente credibile. TUTTO QUESTO, NON E’ CREDIBILE. Ed infatti le richieste di trasparenza avanzate alle ONG in questione – per ora solo da parte di giornalisti controcorrente, non ancora da autorità giudiziarie, che si sappia – sono andate regolarmente frustrate. I bilanci reali di queste organizzazioni sono tuttora avvolti dal mistero. Non sappiamo chi o cosa si cela dietro queste organizzazioni. Ciò che invece non è un mistero è che la massa di denaro che gravita attorno al mondo dell’emergenza umanitaria – e che probabilmente preme affinché essa rimanga tale – è enorme. Secondo alcuni, almeno pari, oggi, alla quantità di denaro circolante nel business della droga. L’apparente boicottaggio dei timidi tentativi giudiziari di gettar luce sulla vicenda nel suo complesso, nonché i riservati incontri di noti plutocrati stranieri con i vertici della politica italiana – passati in sordina o addirittura sotto silenzio dalla gran parte dei media nostrani, televisione in primis – non aiutano a pensar bene. Anzi, gettano il cittadino comune nello sconforto di una rassegnata impotenza.

Alla fine, occorre dunque farci una domanda, simile a quelle che ci pongono i maestri di meditazione yoga:

chi siamo noi veramente?

Io mi sono dato una risposta, e la offro alle vostre considerazioni. Siamo una società decadente di fazioni e  partiti, talora non esplicitamente ed ufficialmente rappresentati. C’è per esempio il Partito dell’Aperitivo, formato dagli inossidabili ed ostinati struzzi ottimisti, che si rifiutano di mettere la testa fuori dal loro mondo di aperitivi con gli amici e cene fuori il sabato sera, di abitudini quotidiane che essi vedono immutabili ed immuni da compromissioni, magicamente impermeabili ai grandi eventi del mondo.

C’è il Partito dell’Inevitabilità, che raduna i Depressi politici ed i Rassegnati del contesto, le vittime dei Mulini a vento contro cui è inutile starsi ad affannare. Questi, sono forse il Partito più motivato concretamente….

C’è poi il Partito del Televisore, che raggruppa i Manipolati più o meno contenti, gli Svogliati che non hanno voglia di ponderare i segnali inviati dalla dinamica degli eventi e si adagiano sui messaggi della Televisione, oggi più che mai uno strumento di controllo della popolazione. Essa è divenuta finalmente il Grande Fratello che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, e che ancora più spesso, semplicemente, non ci dice niente di quel che in fatti puri e semplici accade, salvo talvolta deformare questi ultimi ad arte.

C’è infine e soprattutto il Partito delle Ideologie, il partito che guarda la realtà attraverso una visione del Cosmo, un filtro di imperativi valoriali, emotivi e concettuali, di stereotipi morali che non possono essere messi in discussione.

Ma c’è un tratto comune trasversale che lega tutti gli appartenenti a questi partiti. Esso è quell’equivoco di fondo, alimentato dagli schieramenti politici tradizionali presenti e tragicamente attivi sulla scena italiana, in cui incorre chi crede di poter trattare questa come altre questioni in termini di “Destra” e “Sinistra”. Ma soprattutto la questione migratoria, indubbiamente. Come si schiera politicamente, infatti, l’istinto di autoconservazione? E’ di destra? E’ di sinistra? A quale corrente di pensiero politico appartiene la pulsione autodistruttiva? Per chi vota il masochismo? Se pensate davvero di poter dare una risposta seria a queste domande, siamo proprio tutti nei guai. Se invece pensate che questo frangente storico abbia superato queste distinzioni e richieda prima di tutto cosciente intelligenza, buon senso e coraggio, allora finalmente si porrà chiara quell’esigenza che alcuni temono: riunire le persone che manifestano queste caratteristiche, al di fuori e al di là delle divisioni tradizionali, per affrontare questa tremenda sfida della Storia. Perché è solo INSIEME che tutti potremo vincerla, affrontando l’onere di soluzioni difficili e scabrose, se non terribili. Se ci riusciremo, potrebbe essere un grande Nuovo Inizio, ed il barcone Italia, ora alla deriva, potrebbe trovare una sua rotta ed approdare ad una sponda. Se non ci riusciremo, faremo salire sempre più gente sul barcone, che rimarrà sovraccarico in balìa delle onde e per di più governato da un equipaggio che si diletta a prenderne a martellate la chiglia. E se saremo noi ad affondare, state pur certi che qualcuno verrà in effetti a prenderci. Ma non proprio per salvarci. Ci prenderanno e basta. E prenderanno tutto. 

Fonti:

-Ministero dell’Interno

-UNHCR

-Sky Tg 24

-Il sole 24ore, “Boom di sbarchi sulle coste italiane”, del 6 gennaio 2017

-“Seven”, rubrica di TV Sky, intervista a Guido Bolaffi (direttore della rivista “West”) del 6 maggio 2017

-ONG “Proactiva Open Arms”, website dell’organizzazione

-La Repubblica, “L'Onu silura Martin Kobler, inviato speciale per la Libia. Al suo posto il palestinese Fayyad”, di Vincenzo Nigro, 9 febbraio 2017

-Legge cd. “Bossi-Fini” sull’immigrazione (30 luglio 2002 nr. 189)

-Legge 129/2011 – Direttiva sui rimpatri

TRANS-ADRIATIC PIPELINE, FATTI REALI E CONSIDERAZIONI INATTUALI – di Gregorio Giungi, 5 aprile 2017

Il 28 marzo ultimo scorso abbiamo assistito agli scontri occorsi tra le forze di polizia e gli abitanti del Salento, in particolare quelli della zona dove correranno gli impianti della TAP (Trans-Adriatic Pipeline), il gasdotto  destinato a portare in Italia ed Europa del nord il gas proveniente dai giacimenti atzeri del Mar Caspio.  I lavori imminenti – in realtà già previsti dalla Strategia Energetica Nazionale italiana (SEN) approvata con Decreto Interministeriale del marzo 2013, poi concordati e decisi nel 2014 – hanno già cominciato a profilare l’impatto ambientale negativo e rilevante che senz’altro avranno: sono già stati espiantati una parte dei molti ulivi che intralcerebbero il cantiere  (130 su 215 previsti), e poi ripiantati in un’altra area agricola, la “masseria del Capitano”; tuttavia, è soprattutto per il futuro delle acque del Salento che si teme, essendo difficile credere che esse possano un domani conservare la loro tradizionale cristallinità dopo l’impianto sul fondo marino dei giganteschi dotti necessari al trasferimento degli idrocarburi. Questi dovranno poi in qualche modo essere collegati alla rete nazionale SNAM – che convoglierà il gas sia verso i terminali di consumo nostrani che verso i gasdotti del Nordeuropa – il che significa che ulteriori lavori a terra dovranno esser fatti in quella zona.

La TAP, lo ricordiamo, sarà un’appendice della TANAP (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline), il gasdotto che attraversa Azerbaigian, Georgia e Turchia, la cui costruzione era già iniziata nel marzo 2015; la TAP attraverserà a sua volta Grecia e Albania e, attraverso il mare Adriatico meridionale, raggiungerà la costa italiana in provincia di Lecce. Essa è il risultato di un congiunto sforzo geostrategico di Italia ed Unione Europea volto, per parte italiana, a rimediare all’insicurezza degli approvvigionamenti energetici derivante dall’instabilità della Tripolitania e, per parte nordeuropea, a rimediare all’insicurezza dei medesimi approvvigionamenti causata dal deterioramento dei rapporti con la Russia, principale fornitrice del Nordeuropa. Se poi consideriamo che l’Italia – al di là del fatto che essa si è allineata al negativo atteggiamento generale del consesso occidentale nei confronti dei Russi – si rifornisce, oltre che dalla Tripolitania, anche dalla Russia, e che il gas russo ci arriva attraverso le pipelines nordeuropee potenzialmente oggetto di decurtazioni o aumenti di prezzo, dobbiamo quindi sottolineare che il nostro fianco di esposizione negli approvvigionamenti energetici primari  è diventato pari a quasi due terzi del fabbisogno. Ma ovviamente non si tratta solo di questo. Si tratta anche di soldi. E non solo di quelli destinati alle molte imprese – alcune delle quali italiane –  coinvolte nella costruzione del gasdotto e nella commercializzazione del gas. Si tratta anche dei diritti di transito che, con la TAP, i destinatari nordeuropei del gas pagheranno alla SNAM Rete Gas, un’azienda a partecipazione pubblica controllata da Cassa Depositi e Prestiti: stiamo dunque parlando di soldi che, direttamente come proventi azionari e indirettamente come tasse, finiranno parzialmente anche nelle casse dello Stato. Ancor di più, stiamo parlando in conclusione di un incremento del nostro Prodotto Interno Lordo, sia pur modesto: l’analista Matteo Verda dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale presume che la redditività del gasdotto a pieno regime – almeno 8 miliardi di metri cubi all’anno, che corrisponde oltretutto solo alla metà della sua capacità di importazione potenziale –  arriverà nel lungo termine (nel 2023) a generare entrate per circa 200 milioni di euro l’anno. Per non parlare poi del fatto che, in conclusione, si creerà in Europa centro-sud-occidentale un vero e proprio nuovo mercato del gas, che vedrà l’Italia svolgere il ruolo centrale di hub europeo per il gas in arrivo da Sud-Est nel continente.

Questi, i fatti. Fatti che comunque non diminuiscono l’amara tristezza che ci coglie nel vedere quanto impotenti siano dei cittadini che in buona fede si oppongono ad una violazione della propria terra. Violazione che, per giunta, nessuno si è preoccupato di lenire con una qualche sorta di compensazione a loro favore come, che so, diminuzioni ai minimi termini della loro spesa per i consumi di gas. Almeno, non che si sappia. E’ vero, c’è già chi dice che la diminuzione in generale dei costi dell’energia ci sarà per tutti gli Italiani, come effetto benefico del circolo virtuoso indotto dal nuovo assetto energetico europeo..ma è lecito non crederci. E’ lecito invece aggiungere ai fatti sopra esposti che molti soldi finiranno certamente anche nelle tasche degli appartenenti alle lobbies plutocratiche legate alle classi politiche di tutta l’Unione, inclusa ovviamente la nostra.

Be’, ricordate quando allo scoppio della crisi libica quasi tutti – la gente e l’apparato (inclusa la sua parte in divisa), ma anche fior di analisti –  snobbarono come pericolosa idiozia l’ipotesi dell’intervento militare italiano che, oltre ad ottenere altri risultati, sarebbe servito per mettere in sicurezza le nostre linee di rifornimento energetico? “Se gli approvvigionamenti libici sono in pericolo, ne troveremo altrove degli altri”. Bene, è quel che abbiamo fatto. Lo abbiamo fatto in Egitto, trovando giacimenti che probabilmente pagheremo con l’impunità del delitto Regeni, e lo abbiamo fatto in Azerbaigian, cosa che ci obbliga indiscutibilmente a portare in Italia quel che abbiamo trovato. Benvenuti nel mondo del Piano B.

Ci sarebbe stato anche, a mio modesto parere, un ardimentoso e poco remunerativo Piano C: trovare solide intese con la Russia volte a garantire i suoi rifornimenti, diminuirne il prezzo e magari aumentarne il volume in caso di necessità, affrontando le incognite di una rottura con i salotti buoni della politica internazionale, dove i nostri rappresentanti preferiscono sedere, nonché della pericolosa sperimentazione di nuovi baricentri geopolitici. Ma mi rendo conto io per primo che questo è chiedere troppo. Meglio finire il ballo lasciando i Salentini con la scopa in mano. D’altronde, si consolino. La prossima volta la scopa potrebbe capitare a chiunque di noi. 

Fonti:

-La Repubblica, “Gasdotto TAP, in Salento sospeso l’espianto degli ulivi”, di Chiara Spagnolo, 30.03.2017

-Semestre Europeo n. unico - Anno 5, Luglio-Dicembre 2014: Rivista europea delle best practices, “Il ruolo del gasdotto TAP per la politica energetica italiana”, di Giampaolo Russo

-ISPI, “Contribution of TAP to the Italian economy - analysis ISPI nr. 256 June 2014”, di Matteo Verda

REFERENDUM, UNA BUONA RAGIONE DEL SI’, DUE BUONE RAGIONI DEL NO – di Gregorio Giungi, 30 novembre 2016

Mancano nel momento in cui scrivo quattro giorni alla convocazione del voto referendario, un voto che, a prescindere dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, in effetti si prospetta più come un voto politico di gradimento del governo che come un voto di gradimento della riforma costituzionale. E so bene, con ciò, di aver scoperto l’acqua calda. Ma era necessario ripeterlo, come premessa alle considerazioni che vado a illustrarvi.

Il compito che mi sono dato con questo sito – la mia “mission”, direbbero gli Americani – è di fornirvi un’informazione mancante, spesso corredata di valutazioni mancanti, ed almeno una delle suindicate ragioni che sto per esporvi è una considerazione squisitamente, ed inevitabilmente, relativa ad una questione di principio politico. Sia chiaro, normalmente io preferisco evitare la politica interna italiana, e occuparmi invece di geopolitica del Mondo arabo-islamico (altrimenti detto Medio Oriente esteso del Secondo Califfato), non solo poiché è la mia vera area specifica di competenza, ma anche poiché, a prescindere da tutto, mi è più facile da capire. La politica italiana, degno riflesso della nostra società, è troppo contorta, ambigua e torbida, anche nella sua “levantinità” che pure io dovrei ben conoscere, visto che conosco il Medio Oriente… Ma in questo caso mi sento obbligato a fare un’eccezione, perché l’appuntamento elettorale che ci aspetta il 4 dicembre è molto importante. Soprattutto poiché una delle sue reali implicazioni sembra sia stata taciuta. Ma andiamo con ordine.

Il “Fronte del SI’” ha dalla sua davvero una buona ragione di ordine cinicamente pragmatico, e perciò inconfutabile per qualunque persona concreta e di buon senso: i “centri di gravità” della politica europea, della finanza internazionale e di quella italiana – banche nostrane in testa – appetiscono e si aspettano una vittoria del SI’. Visto che lo “spread” e quindi il valore sostanziale dei nostri titoli di Stato, piazzati anche sul mercato internazionale, dipenderanno in una congiuntura più o meno lunga dalla soddisfazione o meno di questa aspettativa, ci converrebbe votare SI’. Se non lo facessimo e vincesse il NO, il valore sostanziale e la conseguente domanda dei nostri titoli di Stato diminuirebbero, causando una conseguenza di due: diminuirebbe la nostra capacità di sostegno della spesa pubblica, di cui campa direttamente metà dell’Italia e indirettamente, nella realtà sistemica a lungo termine, anche l’altra metà, oppure, costretti ad aumentare il rendimento dei nostri titoli per renderli più appetibili, aumenterebbe quel debito pubblico che consente ad investitori stranieri non soggetti al nostro controllo o alla nostra influenza – fino a prova contraria – di tenerci per il collo (è un eufemismo, la parte del corpo da indicare è un’altra ed è maschile) e che è la vera spada di Damocle da sempre incombente su di noi. Ed oggi questa spada è più che mai minacciosa, perché il debito pubblico che creiamo, per via della moneta unica, viene indirettamente a gravare sugli altri paesi dell’Unione. Una porcata del genere potrebbero farcela pagare, in tutti i sensi. E per tutti noi sarebbero guai grossi.

D’altra parte, il NO ha dalla sua prima di tutto una questione di principio, come accennato, e non è una questione trascurabile: non si può appaltare una riforma costituzionale ad un governo che sostanzialmente costituzionale non è. Ed infatti il governo Renzi –  espressione di un equilibrismo di compromesso tra gli interessi di Bruxelles, della finanza e delle banche su un lato, e sull'altro della satrapia politico-amministrativa italiana (altrimenti detta “casta”, i cui interessi e privilegi erano stati invece messi in pericolo dal governo Monti, che rappresentava solo il primo schieramento di interessi) – si guarda bene dal far notare un piccolo tratto della riforma che propone: la modifica dell’articolo 64. Tale articolo, all’ultimo comma, reca la chiave di volta della dottrina costituzionale vigente in materia di formazione del governo. In un infelice inciso, infatti, recita che “i membri del Governo, anche se non fanno parte delle Camerehanno diritto…di assistere alle sedute”. E’ tale inciso, CHE CON LA RIFORMA VERREBBE ABOLITO,  ad implicare la ratio della dottrina costituzionale in materia di formazione del governo, come sanno tutti i laureati e gli studenti in Scienze Politiche. Secondo la dottrina –  nonché la prassi costituzionale applicata fino agli anni novanta, quando per la prima volta nella storia della Repubblica il presidente Scalfaro fece il primo governo non costituzionale, il governo Dini – i membri del governo, ed in particolare il Presidente del Consiglio, dovrebbero normalmente provenire dalle Camere e, quindi, essere indirettamente membri elettivi. Infatti - al di là del fatto che anche la prassi costituzionale è, se non fonte di diritto come dicono alcuni, almeno certamente un punto di riferimento obbligato nella vita istituzionale dello Stato - la ratio della Costituzione  prevede che ECCEZIONALMENTE i governi, che devono essere normalmente governi politici e cioè di provenienza elettorale in secondo grado, possano essere INTEGRATI da ministri tecnici, di prassi pochi, per “assicurare una maggiore e migliore funzionalità dell’amministrazione o.. mettere riparo alla logica spartitoria dei partiti”, ferma restando la provenienza elettiva del Presidente del Consiglio anche ove si optasse, in caso estremo, per una composizione integralmente tecnica e non elettiva del Consiglio dei Ministri. Con la rimozione dell'inciso nell'articolo 64, il disposto costituzionale sulla formazione del governo si ridurrebbe al puro e semplice articolo 92: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Punto. Il che significherebbe, da quel momento in poi, che ogni governo potrebbe non provenire più dalle Camere, e quindi provenire invece dai Salotti. Naturalmente, non i vostri.

E’ questa modifica di sottecchi che ci porta alla seconda e più importante ragione del NO. Il governo Renzi, il quarto nella storia politica repubblicana a meritare la definizione di sostanzialmente anti-costituzionale, sta lavorando per assicurare la possibilità anche in futuro di dare al paese governi di palazzo a nomina presidenziale IN PIENA LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE, legittimità che al momento esiste solo leggendo la norma costituzionale bovinamente, con voluta disonesta ignoranza - a prescindere da prassi e da ratio dei padri costituenti - estendendo la non elettività dei ministri tecnici anche ai ministri politici ed al Presidente del Consiglio. Tali futuri governi, attraverso un controllo del parlamento esercitato con i numeri garantiti dal premio di maggioranza di una legge elettorale confacente e svincolata dalla riforma costituzionale, sminuirebbero il potere che il popolo – sovrano ormai più formalmente che veramente – dovrebbe avere tramite i suoi rappresentanti, specialmente riguardo la scelta dei governanti che, sebbene indiretta, costituisce il primo e più importante pilastro delle democrazie occidentali. Insomma, pur non sentendomi di dire che sia occorso un colpo di Stato – forse è un po’ esagerato – sicuramente è in corso un tentativo di esautorare ulteriormente la cittadinanza in senso anti-democratico, allo scopo di rafforzare la partitocrazia.

Avete notato che i nostri politicanti sono diventati dei bravi alchimisti? Hanno sviluppato la capacità di trasformare il fango in oro, parafrasando un antico sogno di alcuni Illuminati… solo che non sono diventati degli Statisti, che eventualmente userebbero questa capacità per il vantaggio non soltanto loro ma di tutti. Un bravo politico, effettivamente, deve saper mutare le disgrazie in nuove opportunità collettive, ma i nostri politici sono diversi. L’oro che ottengono è diretto solo alle loro tasche.

La triste riflessione con cui mi voglio congedare da voi, però, è un’altra. E’ secondo me sintomatico che nessuno, nemmeno il Movimento 5 Stelle, abbia stigmatizzato in modo incisivo quanto vi ho detto, anche se la modifica dell’ultimo comma dell’articolo 64 basterebbe da sola a sostenere più che validamente il NO. Anzi, non mi sono meravigliato quando ho udito nel “Fronte del NO” proprio un esponente del cosiddetto Popolo delle Libertà, Franco Sisto, dire in televisione che dopotutto “il modo in cui si formano i governi non è importante” (sic! - è come dire che la prima delle garanzie democratiche non è importante) ma mi fa pensar male che anche l’opposizione apparentemente più vera abbia omesso di fare di questa paventata modifica il suo cavallo di battaglia… e mi fa temere che, alla fine, noi, lo Stato-comunità, inetti ad esprimere una élite politica, siamo davvero soli di fronte ad un futuro imperscrutabile.

Fonti:

- "DIRITTO COSTITUZIONALE", T.Martines/G. Silvestri, Giuffré Editore, manuale in uso alle Facoltà di Giurisprudenza e Scienze Politiche delle Università italiane (Nona Edizione)

- TG Sky, tribune elettorali/interviste campagna referendaria

DONALD TRUMP, L’ULTIMO RESPIRO DELL’AMERICA BIANCA SI E’ TRASFORMATO IN UN POTENTE COLPO DI CODA – di James Littell, Gregorio Giungi, 9 novembre 2016

Sorpresa. La democrazia esiste ancora. Almeno, esiste in America. Nonostante una massiccia campagna mediatica di influenza – se non di manipolazione – volta a farci credere, in Europa come negli Stati Uniti, che le scelte popolari siano inevitabilmente dirette a sancire un presunto “corso obbligato della Storia”, il Popolo alla fine decide come vuole. Con dispetto delle lobbies finanziarie e degli establishments direttivi dei partiti. L’elezione di Donald Trump ha sorpreso gli osservatori, compresi me e Littell; tuttavia, a ben vedere e meglio riflettendo – sempre facile farlo col senno di poi, lo so, ma tant’è – non è stata proprio così strana né imprevedibile, alla faccia dei molti sondaggi (fatti in buona fede?).

Perché essa risponde ad una "domanda politica" rimasta orfana sino alla comparsa di Trump sulla scena.

Egli soltanto, infatti, ha saputo cristallizzare la collera di una “America periferica” – bianca e operaia – estromessa dall’agenda sia dei Democratici che dei Repubblicani, che occhieggiano alle “nuove maggioranze emergenti” composte di giovani, soprattutto diplomati e neolaureati, di Afroamericani, di “Latinos” e di altre minoranze.

Donald Trump, invece (o chi per lui), si è reso conto che c’era un vasto elettorato, indocile e non ancora sfruttato, sensibile alle sue posizioni, o almeno ai suoi slogans: espulsione degli immigrati illegali, costruzione di un muro lungo la frontiera sud degli Stati Uniti, rinegoziazione degli accordi di libero scambio allo scopo di proteggere i posti di lavoro degli Americani (ritornando dunque ad una vecchia tradizione della politica commerciale statunitense) INCLUSI I NUOVI, i cosiddetti "new Americans",  e disimpegno delle truppe americane all’estero. Anche se quest’ultima affermazione, in verità, contraddice in parte la dichiarazione di voler distruggere il terrorismo islamico, ISIS ed al-Qaida in particolare... ma si sa, in campagna elettorale le contraddizioni sono superate da una reazione emotiva positiva, quale quella indotta dalla raffigurata distruzione di enti percepiti come odiosi e pericolosi a prescindere. Riguardo ciò, come ho già avuto occasione di dire ben prima di queste elezioni, Trump ha efficacemente colto il sentire dell'Americano medio, che sicuramente vede gli integralisti islamici, e non gli Stati-canaglia, come il nemico peggiore.

E dove è soprattutto concentrato, dunque, il voto per Trump? In quale parte della società americana? Come appena detto, esso proviene in maniera evidente da una fetta della popolazione molto specifica e ancora piuttosto numerosa: gli uomini bianchi privi di un diploma di istruzione superiore. Questi elettori – secondo me ingiustamente disprezzati e stupidamente ignorati  –  tendono ad essere meno conservatori di altri segmenti della base repubblicana (quali gli Evangelisti e i libertari del Tea Party) e molti di loro – o  i loro genitori – avevano un tempo votato democratico. Ma è da decenni, ormai, che la classe operaia bianca ha gradualmente abbandonato i Democratici, soprattutto in reazione alla politica razziale del partito e al suo schierarsi, a partire dalla fine degli anni sessanta, a favore delle minoranze, percepito forse come una sorta di tradimento specialmente in quegli Stati ex-confederati del Sud dove la tradizionale maggioranza democratica riusciva a conciliare la sua scelta politica di fondo con le leggi di separazione razziale e la conservazione della supremazia bianca. In effetti, secondo alcuni analisti, sembra che nessun candidato democratico abbia conquistato la maggioranza dei suffragi bianchi dal 1976.

Con il tempo, dunque, lo spostamento dell’elettorato bianco – e in particolare della classe operaia – verso il Partito Repubblicano aveva condotto ad una situazione paradossale. I politici repubblicani corteggiavano i bianchi in colletto blu durante le campagne elettorali, salvo poi abbandonarli, non appena eletti, a profitto della loro agenda politica classica – liberoscambismo, riduzione delle tasse per i più ricchi, limitazione dei diritti sociali ed eventuale delocalizzazione delle imprese – che va platealmente  in direzione opposta agli interessi socioeconomici di tali elettori. Con Trump le cose sono, almeno apparentemente, cambiate. Certo, Trump ha basato la sua campagna sulla riduzione delle tasse, anche per i più ricchi (il “Grand Old Party” non diverrà mai un partito operaio vero e proprio), ma – attenzione! – sempre allo scopo dichiarato di arrivare per via indiretta a difendere e rilanciare la condizione economica dei più deboli, di coloro che sono rimasti tagliati fuori dalla ripresa economica del sistema in generale, attraverso una maggiore circolazione di denaro e la facilitazione di nuovi investimenti.  Evidentemente, questi elettori ora si fidano di Trump. O forse, per disperazione, non vedono altre alternative credibili. Dall’altro lato, per giunta, i Democratici non hanno fatto quasi niente per sedurre quell’elettorato bianco. Non solo, ma proprio sotto l’egida del presidente Clinton, marito e primo sostenitore di Hillary, alla fine degli anni novanta il Partito Democratico aveva tirato un tratto di penna su quanto poteva rimanere delle rivendicazioni sociali della “working class bianca”, adottando invece il planning neoliberale dei rivali repubblicani unitamente al favore verso la globalizzazione in tutte le sue forme. Insomma, si potrebbe dire che questa parte dell’elettorato, più che vedere la possibilità di un primo presidente donna – prospettiva oltretutto per loro non particolarmente  entusiasmante – ha visto il pericolo di un secondo presidente Clinton.

Alla fine,  l’emergere di questa convergenza bipartitica intorno al neoliberalismo ed alla fondamentale salvaguardia degli interessi delle lobbies finanziarie ha avuto come conseguenza, torno a dirlo con Littell, la scomparsa di una “offerta politica” su questioni fondamentali, le quali, di nuovo, nella percezione dei più rientrano in quelle dell’industria e dell’immigrazione. Trump ha saputo abilmente interpretarle fornendo quell’offerta mancante. E la sua ascesa rappresenta uno storico riallineamento del sistema bipartitico americano. Al posto dei tradizionali partiti neoliberali di destra o di sinistra che così tanto si somigliano, lasciti del passato, l’avvenire politico dell’America potrebbe infatti vedere, forse, una competizione tra un partito nazionalpopulista (o nazionalpopolare?) in maggioranza bianco e un partito delle minoranze indissolubilmente legato alla globalizzazione ed alle trasformazioni che essa ha scatenato. Il trionfo di Trump parrebbe perciò esprimere la volontà dell’America popolare bianca di sopravvivere come entità politica ben definita. Diminuita nei numeri percentuali sotto la pressione del cambiamento demografico – fino alla fine degli anni ottanta la classe operaia bianca costituiva il 54% dell’elettorato nazionale, ma si prevede che verso il 2020 scivoli al 30% - abbandonata dalle sue élites  e ridotta a gioco di poste che la scavalcano, essa ha trovato nel presidente Trump il suo alfiere, che forse le eviterà di essere spazzata via dalla Storia.

E l’Europa potrebbe venire a rimorchio, poiché i suoi scenari politici interni non sono oggi molto dissimili. Neanche in Italia. Non è un caso, secondo me, che Marine Le Pen si sia immediatamente rallegrata della vittoria di Donald Trump e congratulata col neo-presidente. Come non è un caso che la Lega Nord – l’unico partito italiano presente con una delegazione politica nella Trump Tower a New York – abbia espresso pubblicamente, in un’intervista a TG Sky, la sua gioiosa soddisfazione del risultato, asserendo di essere in Italia l’interlocutore politico privilegiato del nuovo establishment alla Casa Bianca. Sapendo che gli Italiani sono profondamente condizionati dalle vicende americane in generale, come la cronaca odierna evidenzia e conferma in modo marchiano, è pressoché certo che Salvini sfrutterà quest’”onda vincente”.     

Ma al di là di soddisfazioni e rammarichi di fazione, in una cosa abbiamo ragione di sperare. Se non ci saranno clamorose contraddizioni con gli intenti dichiarati, l’escalation della guerra in Siria e del confronto NATO-Russia in Ucraina, paralleli al confronto russo-americano in Europa e Medio-Oriente, sarà evitata nell’immediato. Se poi, per assurdo, Trump e Putin si mettessero d’accordo per eliminare l’ISIS ed al-Qaida una volta per tutte, ritengo probabile che ci riuscirebbero. E questo per noi non potrebbe essere che un bene.   

Quest’articolo è stato sostanzialmente tratto da un articolo di James Littell, studioso e analista statunitense, comparso sulla rivista “Diorama” nr.331-giugno2016 (“Donald Trump: anatomia di un fenomeno”); in talune parti, riproduce fedelmente l’originale.

Altre fonti:

-“What’s the matter with Kansas? How Conservatives won the heart of America”, saggio di Thomas Frank, ed. nel 2005

-“The emerging democratic majority”, studio demografico di John B. Judis e Ruy Texeira, ed. nel 2004

-“Rank and file Republicans tell Party elites: we’re sticking with Donald Trump”, New York Times, 04.03.2016

-“The challenge of the white working class vote”, di Ruy Texeira e John Halpin, in “The democratic strategist roundtable”, giugno 2014

INVASIONE MIGRATORIA, LA FARSA UMANITARIA E’ FINITA – di Gregorio Giungi, 30 settembre 2016

Ecco, ci siamo. Il recente incontro Hollande-Merkel-Renzi di Bratislava ha reso ufficiale – con gran dispetto dei media italiani – la  realtà già evidente. Quasi tutti i paesi d’Europa, in particolare quelli verso dove era diretta la grandissima parte dell’ondata migratoria, hanno chiuso le frontiere. Qualcosa che si doveva fare ben prima, a parere del sottoscritto, ma gli interessati hanno preferito aspettare di veder profilarsi con prepotenza l’inevitabile prima di agire. Fatto questo, la Commissione europea ha potuto proseguire col suo piano strategico: investire in progetti di sviluppo in Africa volti (ufficialmente!) a creare in quei paesi una vasta offerta di lavoro e nuove molteplici opportunità di progresso socio-economico (leggasi: opportunità di far soldi anche per la gente comune), che rendano inutile la migrazione. Stiamo parlando di 88 (ottantotto) miliardi di euro. Questo è il controvalore degli investimenti europei, annunciati da Juncker, che saranno prossimamente finanziati dall’Unione. Ufficiosamente, invece, i soldi andranno materialmente alle ditte europee interessate ai progetti (incluse quelle italiane?), nonché alle “caste” degli apparati dei paesi da cui partono i migranti, ove la corruzione fa parte della normalità civile. Questa è l’unica certezza. Poi, forse, tra una generazione i soldi comunque spesi e le opere compiute in quei paesi otterranno un qualche contenimento del problema migratorio. In conclusione, avendo messo in sicurezza relativa (per il momento) i Paesi europei che contano, l’”Unione” – il termine oggi va messo tra virgolette, avendo assunto un significato pressoché derisorio – a questo punto non ha più motivo di occuparsi/preoccuparsi dell’Italia, che deve risolversi da sola i propri problemi. Perché l’invasione migratoria è – ed è sempre stata in realtà – un nostro problema. 

Per quanto riguarda la maschera comunicativa della “gente in fuga dalla guerra”, essa è peraltro definitivamente caduta, anche se qualcuno talvolta si ostina ancora ad usarla, anche grazie alla manipolazione dei dati statistici, oltretutto storicamente confusi e poco affidabili (anche perché un certo numero di migranti sfugge ai controlli ed al ricovero nei centri): a tal riguardo, si deve sottolineare che non c’è mai stata vera univocità di fonti e di numeri, in una sorta di congiura della vaghezza. Ma ondivaghi o meno essi comunque già rivelavano, ad ogni modo, quale fosse la reale natura dell’ondata migratoria, a volerla davvero vedere: di tutte le aree di provenienza dei migranti quella che effettivamente poteva definirsi un’area di guerra vera e propria, tale da indurre alla fuga a tutti i costi, era in realtà solo la Siria, da cui nel 2014 66.000 persone sarebbero arrivate in Libia per salire sui barconi che attraversavano il Mediterraneo (!); allora, questa cifra avrebbe costituito il 40% circa dei rifugiati che approdavano sulle nostre coste (dati “Frontex”). Ma la cifra dei rifugiati siriani in Italia,  secondo il nostro Ministero degli Interni, è crollata a pochissime centinaia sia nel 2015 che nell’anno corrente, mentre quella dei provenienti dagli altri paesi – soprattutto dell’Africa nera, ma non solo – è salita oggettivamente e percentualmente a dismisura. E pretendere che la situazione in tali paesi giustifichi la fuga in massa e dia ai suoi abitanti un valido motivo per richiedere asilo da noi è assurdità pura. Se situazioni di guerriglia, di terrorismo e di oppressione politica sono un motivo degno di nota per essere accolti altrove, allora i due terzi del pianeta – ed in pratica tutto il grande Sud del Mondo – potrebbero giustamente trasferirsi da noi. 

Non voglio offendere l’intelligenza di alcuno spiegando perché ciò sia letteralmente inconcepibile. 

Ed infatti il diritto di asilo che gli Stati più civili garantiscono agli stranieri si riferisce, nella ratio e nella prassi storica, a singoli perseguitati, non a masse di disagiati o di persone genericamente in pericolo per via di una situazione di acuta instabilità interna, anche ove essa fosse determinata da una guerra. Quando sono le masse a muoversi, per qualunque ragione, lo Stato confinante (poiché oltretutto gli esodi per un’emergenza sono plausibili, comprensibili ed eventualmente ammissibili se diretti verso uno Stato immediatamente vicino) può decidere se accogliere tali masse – come ha fatto la Giordania con i Siriani fino a raggiungere il milione di rifugiati, poi ha chiuso le porte – o respingerle per evitare una compromissione della propria integrità. 

Punto. 

Non esistono altri obblighi. Gli altri Stati europei, tardivamente, se ne sono accorti. L’Italia no. L’Italia insiste in questa follia pseudo-organizzata, rendendosi de facto complice degli scafisti e permettendo indirettamente il finanziamento del terrorismo e della criminalità che alimentano la destabilizzazione della macro-area mediterranea. E siccome adesso non c’è più la speranza di smaltire i migranti verso altri Paesi europei, il governo italiano si è arrabbiato poiché l’Italia è diventata obiettivamente un ricettacolo”tappato” di una massa di gente che, al di là di astratte affermazioni pubbliche secondo cui sarebbero “risorse da destinare ai lavori che gli Italiani non vogliono più fare” (ed è vero che, in teoria, tali lavori esisterebbero), sarà impossibile gestire. Perché? Perché in Italia non esiste una Ellis Island che faccia da campo di concentramento, identificazione e smistamento del flusso migratorio, in arrivo su normali mezzi di trasporto . I tanto citati “nostri padri” infatti arrivavano in America su regolari navi di linea pagando un normale biglietto ad una compagnia di navigazione, non stipati all’inverosimile su barconi in affondamento o  autoaffondati pagando cifre da capogiro agli scafisti; poi, diventando residenti americani schedati e controllabili, erano soggetti anche ad eventuali espulsioni. A proposito, proprio la natura dei “nostri padri”, che negli Stati Uniti hanno portato anche la mafia siciliana, dovrebbe farci riflettere sul fatto che dai paesi in difficoltà non arriva solo brava gente disposta a lavorare, ma anche brutta gente che crea e radica in loco problemi enormi. 

E questo introduce il punctum pruriens della questione. 

La volontà dei migranti di volersi radicare ed integrare qui, facendo i lavori che ci servono. Se ci si ferma a riflettere un attimo, sollevando il velo di Maia della manipolazione mediatica, ci si accorge subito della mancanza di concretezza dell’asserto: che ne sappiamo noi di quello che loro vogliono davvero fare? Abbiamo la possibilità fisica e giuridica di obbligarli a fare quello che ci serve? Osserviamo quello che abbiamo davanti agli occhi. Prima di tutto la loro voglia di fermarsi qui in Italia: perlopiù, non esiste. Sono diretti altrove, dove però non possono più arrivare, almeno non legalmente. Noi non abbiamo alcun potere, ormai è evidente, di obbligare altri paesi dell’Unione Europea ad accoglierli. 

Se poi continuiamo ad osservare, un secondo punto ci fa pensar male. Sin da quando è iniziata, e soprattutto correntemente, la migrazione è costituita in maggioranza da maschi soli, non da famiglie. Ciò basterebbe di per sé a rivelare che non si tratta di persone in fuga da un pericolo attuale ed immediato: nessuno che non sia un animale fugge abbandonando i propri cari. A meno che non si tratti in realtà di capifamiglia o maschi singoli in cerca di fortuna, come spesso effettivamente è. Ma come intendano far soldi, questo è obiettivamente insondabile: può essere in modo legale o illegale, può essere che vadano a lavorare dove ci serve oppure che provino a metter su una qualche attività  commerciale. Sempre però non in vista di un’integrazione, ma in vista appunto della possibilità di far soldi, che con le rimesse all’estero andranno a diminuire il nostro Reddito Nazionale Lordo, quello di cui noi concretamente viviamo. 

Dunque, riepilogando: non abbiamo alcuna garanzia che tutte queste persone siano risorse, non abbiamo un’organizzazione ed una forza coercitiva che li inducano a fare quello che ci serve, la maggior parte di loro è costretta a star qui non potendo andare dove vuole, la loro permanenza qui ci costa –  quando i soldi pubblici non sono abbastanza neanche per noi – ed è una obiettiva fonte di incertezza per il futuro, anche in relazione alla nostra sicurezza quotidiana. Dobbiamo poi aggiungere un’altra cosa: sono in aumento. 

Il 14 settembre ultimo scorso  il Ministero degli Interni ha ammesso che non solo abbiamo appena superato del 5,15% il numero di migranti sbarcato in pari data l’anno scorso, ma che abbiamo anche superato i numeri del 2014, quando ci fu il record assoluto di sbarchi in Italia (circa 170.000 persone). Ma attenzione: secondo l’inviato dell’Onu in Libia, Martin Kobler, sono nell’immediato almeno 235.000 i clandestini già in attesa  di imbarcarsi sulle spiagge libiche. Mi auguro sinceramente che il governo italiano abbia mentito sui compiti del nostro contingente in Libia e che esso non abbia solo i compiti ufficialmente indicati, ma anche funzioni di dissuasione attiva dei trafficanti, altrimenti l’invasione migratoria potrà solo, a rigor di logica, aumentare. Perché è un affare troppo ghiotto per chi lo pratica. Anche per qualcuno in Italia. Il mondo delle organizzazioni umanitarie e delle cooperative di ogni colore, incluse quelle cattoliche care al Papa, prosperano sull'accoglienza col finanziamento dei loro progetti, così come gli albergatori prendono soldi con l'alloggio dei rifugiati. Le imprese di ogni genere, soprattutto quelle in crisi, lucrano enormemente sulla manodopera fornita da alcuni di questi disgraziati a prezzi di sfruttamento. 

Tra le cose sotto i nostri occhi, infatti, ve ne è un’altra eclatante. Se questa gente fa viaggi allucinanti per arrivare in Libia, o talvolta in Egitto, e spende cifre altissime per rischiare la vita su imbarcazioni di fortuna per raggiungerci, anziché arrivare semplicemente all’aeroporto più vicino ed acquistare un semplice biglietto aereo, è perché le nostre rappresentanze diplomatiche non gli concedono il visto d’ingresso nel nostro paese. Bene. Se davvero quello che blateriamo ai quattro venti è vero, se veramente li vogliamo accogliere e non vogliamo che muoiano in mare, e visto che stiamo spendendo un sacco di quattrini per recuperarli nel mezzo del Mediterraneo, allora perché non gli concediamo il visto d’ingresso? Non morirebbero, non finanzierebbero terroristi e criminali, noi spenderemmo meno soldi, centellineremmo il loro ingresso, avremmo tempo per organizzarci ad accoglierli meglio e, perché no, istradarli in qualche modo verso i lavori che ci servono convincendoli a restare. Magari senza ridurli in schiavitù o giù di lì.

E’ qui che si rivela l’aspetto grottesco di tutto questo. E’ qui che è lecito insospettirsi del nostro apparato. A volte, pensandoci, mi auguro che sia davvero in malafede, che nasconda questi loschi affari dietro le quinte... Poi sono preso dall’angoscia, perché mi viene in mente che potrebbe trattarsi solo di una gigantesca parabola surreale e peracottara dell’inettitudine, della stupidità e della paura. La paura di dover fare, in effetti, un orribile lavoro sporco, quello che devono fare per definizione gli Stati: garantire l’integrità dei confini e del territorio, un’opera che non è mai stata incruenta, anche se condotta contro masse non belligeranti. Fermare l’invasione migratoria, che sia per mare o per terra, è appunto un’opera del genere. 

Ma è l’opera che dobbiamo riuscire a compiere, perché gli oltre 5.000.000 di stranieri ufficialmente presenti in Italia sono in realtà MENO di quelli che ci sono realmente, e sono già troppi! L’Italia non ha un territorio ed un costrutto socio-economico idoneo a subire un ulteriore aumento di questa cifra. 

Se non riusciremo a fermare l’invasione in atto, io credo che l’Italia vedrà a rischio la sua stessa sopravvivenza civile.

Fonti:

-Ministero degli Interni 

-ISTAT 

-“Migrazioni”, di Maurice Aymard (da “Mediterraneo”, di F. Braudel, Ed. Bompiani) 

-“Record di clandestini”, di Gianandrea Gaiani (da “Analisi Difesa”,15.09.2016)

-"Emergenza Mediterraneo e migrazioni", di Stefano Torelli (da "ISPI", Analysis no. 284-aprile 2015, citando dati Frontex) 

RASSEGNARSI? - di Marco Tarchi ("Diorama", aprile 2016)

Di fronte a quanto stiamo vivendo, alla disgregazione del Tutto, non tutti si sono interiormente arresi. Ci sono ancora dissenzienti e inquieti ribelli dell'attuale corso delle cose. Ma la ribellione è più privata che pubblica,poiché il ribelle teme di essere additato all'esecrazione e condannato alla messa al bando dall'onnipresente Polizia del Pensiero. I suoi agenti sono gli insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado, sono i giornalisti che si fanno un vanto del mettere alla berlina comportamenti non a norma con i codici del retto pensiero, sono gli attivisti del politicamente corretto a tutti i costi, sono i prezzolati comici televisivi, veri moderni giullari di nuovi signori. Dunque il ribelle, ripiegato su sè stesso, non potendone più di ascoltare opinioni che giudica assurde e nefaste, spegne il televisore e diserta la lettura dei giornali, pulpiti da cui gli vengono quotidianamente ammanniti sermoni moralistici improntati al più bieco conformismo ed al consolidamento del clima culturale dominante. Ma questi ribelli, questi reprobi malpensanti esprimono il loro disagio esclusivamente by default, sotto forma di rifiuto, di astensione, di distacco. Il loro unico modo di dire NO è il silenzio. E' la defezione. E' un muto, solitario, individuale "non ci sto". Il motivo di questo ripiegamento su sè stessi degli avversari dello Zeitgeist è umanamente comprensibile, come vedete, Occorre però capire che, se si sceglie di imboccare la via della dissidenza silenziosa,si finisce col dare ai più l'impressione che una opposizione a ciò che sta accadendo non esista, e quindi col mettere ancora più fortemente in circuito un veleno pericolosissimo, che ha già raggiunto estese zone della società: il veleno della rassegnazione. Chi ne è colpito comincia a ritenere che, giunti a questo punto, non ci sia più niente da fare, che le cose continueranno comunque ad andare nella stessa direzione, che insomma tutto sia inutile perché quel che sta accadendo è "inevitabile". 
Inculcare nei cervelli la sensazione dell'inevitabilità è un'arma letale nelle mani dei sostenitori del determinismo storico, di coloro che hanno sposato l'ideologia del progresso. Se le cose sono andate in un certo modo - è il loro argomento-base - è perché DOVEVANO andare in quel modo. La Storia ha un senso inarrestabile, a cui opporsi è pretesa vana e stupida. E dunque, senza rendersene conto, a questo assunto ideologico si uniformano i cervelli, e ci si rassegna all'immigrazione di massa, alla fine del concetto tradizionale di famiglia, alla pretesa di far scomparire le nozioni di sesso maschile e femminile nonché il concetto stesso di etnia. I ragionamenti vanno tutti nella direzione di un accomodamento con la logica del tempo presente, dell'accettazione ob torto collo dello stato di fatto delle cose. E, fiaccando la volontà di resistere di chi non si è ancora arreso alla loro logica compromissoria, si favoriscono i disegni di chi, nella presente situazione, prospera e coltiva i propri interessati obiettivi.