GUERRA IN SIRIA, LA COMPOSIZIONE E GLI SCOPI DEGLI SCHIERAMENTI INTERNAZIONALI NEL PAESE DIVENTANO PIU’ CHIARI – di Gregorio Giungi, 15 febbraio 2018

E’ dal 7 febbraio ultimo scorso che – almeno, in modo eclatante da tale data – è in atto l’escalation dell’impegno militare israeliano in Siria. Fino a questa recente data si poteva dire che Israele conduceva in Siria una sorta di “guerra parallela” contro gli Hezbollah libanesi schierati a fianco dei governativi di Assad (del resto aiutando indirettamente, quindi,  tutta la galassia antigovernativa, jihadismo incluso), ma ora non è più così. Dopo aver colpito bersagli governativi vicino a Damasco, l’aviazione israeliana ha poi subìto l’abbattimento di un F-16, cosa che l’ha indotta a lanciare contro l’artiglieria anti-aerea siriana uno dei più massicci attacchi aerei di rappresaglia che si ricordi dagli scontri del 1982, secondo fonti giornalistiche locali.

Quasi contemporaneamente, sul finir della notte tra il 7 e l’8 febbraio, nell’est del paese un attacco aereo statunitense rintuzzava un’offensiva dell’esercito di Assad, che aveva attraversato l’Eufrate, a est di Deir Ezzor, contro le posizioni curde che controllano la regione di quel governatorato a partire dalla riva orientale del fiume. “Secondo il Pentagono l’obiettivo dell’offensiva governativa era la conquista dei pozzi petroliferi a Est dell’Eufrate, che le SDF (Syrian Democratic Forces, controllate dai Curdi, n.d.s.) hanno strappato all’ISIS fra novembre e dicembre del 2017, e in particolare quello di Khusham. Nella zona ci sono i giacimenti più ricchi della Siria, con un potenziale di 300 mila barili al giorno, che fra il 2014 e il 2017 erano stati sfruttati dall’ISIS” (Giordano Stabile, La Stampa).

Nel mentre, ad Afrin, nell’estremo nord-ovest della Siria (o nel Kurdistan siriano, se preferite), i Curdi sono sotto attacco ad opera dei Turchi già dal 20 gennaio, nel tentativo di Ankara di contrastare la neonata autonomia/secessione curda nel paese e di creare una safety area da lei controllata, che impedisca per quanto possibile ogni collaborazione militare tra i Curdi siriani ed il PKK (organizzazione armata dei Curdi in Turchia) operante, a quanto pare, a cavallo del confine turco-siriano. Ad Afrin, però, paradossalmente i governativi siriani sostengono tacitamente i Curdi e lasciano passare i loro rinforzi diretti ai resistenti nella città, resistenti che, oltretutto, sono anche qui sostenuti dagli Americani con armi ed equipaggiamento (non con interventi militari diretti, che li porterebbero a scontrarsi apertamente con i Turchi!). Non vi sono notizie certe, da fonti affidabili in loco, sullo svolgimento dei combattimenti, tranne il fatto che l’esercito turco agirebbe eminentemente con attacchi di artiglieria e con bombardamenti aerei, cosa che spiegherebbe lo scarso numero di perdite turche fino ad ora (qualche decina di uomini), accanto all’alto numero di perdite subite dai Curdi, più di 1.400 tra morti e feriti. Benché i Turchi sostengano che tale cifra comprende esclusivamente i guerriglieri, se la succitata notizia (unica data per certa) è vera, c’è da dubitare dell’esattezza dell’asserto, poiché i bombardamenti colpiscono in pieno la città, a quanto si riporta, e quindi i civili sono indubbiamente esposti.

Bene, che cosa sta accadendo?

Dopo l’apparente fallimento dei reiterati negoziati di pace di Ginevra, ove gli attori eminenti erano occidentali, gli attori internazionali emergenti di questo scenario – Russia, Turchia ed Iran – hanno provato ad inserirsi nei giochi con i negoziati di Astana, in Kazakistan, continuati fin verso la fine del 2017, imponendo alla comunità internazionale un loro più legittimato ruolo politico e promuovendo una de-escalation del conflitto grazie ad un loro più incisivo intervento come forza di “polizia militare” in determinate aree del paese. Quello che però hanno materialmente ottenuto sul territorio, è stato imporre una spartizione di zone di influenza internazionale il cui scopo principale non è tanto la stabilità, quanto fare in modo di evitare, per quanto sia possibile, lo scontro diretto tra gli attori esterni,  intervenuti ciascuno per un proprio interesse. Soprattutto, tra quelli che ufficialmente continuano a proclamarsi alleati – come Turchi e Statunitensi, che pur in crisi nei rapporti sono entrambi nella NATO – o comunque tra quelli che, per ragioni di superiore opportunità, preferiscono non scontrarsi apertamente (come Statunitensi e Russi). Ma anche ove lo scrivente si sbagliasse, è un fatto che il conflitto è in escalation, anche se taluni osservatori vorrebbero sostenere che si tratta delle “vampate finali” della guerra. E quali sono gli schieramenti? Chi combatte contro chi e per cosa? Alla seconda domanda, risponderò solo relativamente ai maggiori attori regionali sul campo.

Da una parte abbiamo Israele con gli Stati Uniti – oggi in una rinnovata “very special relationship”, superato lo strappo di Obama – e i Curdi (a capo di alcune ridotte formazioni dell’opposizione siriana), tutti appoggiati politicamente dai Sauditi. Dall’altra, i Siriani pro-governativi, l’Hezbollah libanese, i reparti di “volontari” iraniani, i Turchi (pur nel suindicato rapporto ambiguo con Damasco) e naturalmente i Russi.

Israele, dal canto suo, sarebbe felice di un drastico ridimensionamento geopolitico di un suo nemico storico, la Siria di Assad, che sostiene gli hezbollah libanesi, la loro spina nel fianco. E se la deposizione/eliminazione di Assad è un vecchio sogno di molti da mettere ormai nel cassetto, la nascita di una nuova entità statuale curda aut similia  – che gli USA nei fatti stanno favorendo – equivarrebbe ad una gradita frammentazione della Siria, quella frammentazione che a suo tempo avrebbero voluto anche gli Europei nel Medio Oriente dei Mandati, successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, e che rimase incompiuta (ottennero solo la secessione del Libano, ma ricordiamoci che la Storia tende a ripetersi). Del resto, che si voglia prima di tutto ridimensionare la Siria di Assad sembrerebbe testimoniato dall’appoggio statunitense al comportamento dei Curdi, che in effetti si stanno espandendo non solo ben al di là delle terre da loro abitate da sempre, ma persino al di là di quei confini del Kurdistan storico che loro stessi hanno sempre indicato: Deir Ezzor, per esempio, ne è in realtà al di fuori. Ma oltre agli interessi economici succitati che essi vogliono perseguire, i Curdi hanno anche l’esigenza strategico-militare di raggiungere e controllare la riva orientale dell’Eufrate, una frontiera più facile da difendere (ed anche una riserva idrica da sfruttare, necessità sempre vitale per chiunque in Medio Oriente).  

Gli Americani sono in Siria prima di tutto in base alla regola più vecchia dell’ingerenza internazionale: si mette piede in una regione non solo per controllarla, ma anche per impedire che la controllino altri. Gli USA, in Siria come nello Yemen, non vogliono abbandonare il teatro medio-orientale in balia del confronto iraniano-saudita, specialmente ora che i Russi vi hanno messo piede per rimanervi. Ma vi sono anche altri ordini di motivi. Quali?

1)  Trump vuole serrare le fila del suo sostegno interno, guadagnando consenso soprattutto dalle lobbies ebraiche che, oltre ad esser generalmente forti, sono soprattutto una forza significativa all’interno del Partito repubblicano. Egli vive infatti perennemente “col coltello in mano”, come si suol dire, perché è forse l’unico presidente della storia americana ad avere un’opposizione non soltanto nel partito avversario, ma anche all’interno del proprio

2)  Molti dei suoi guai (anche giudiziari) provengono dall’accusa di essere troppo schierato con la Russia di Putin: contrastarla in Siria è anche un’operazione psicologica volta non solo a cambiare tale opinione, ma anche a dimostrare a tutti chi sono i suoi veri alleati e i suo veri nemici sullo scenario internazionale

3) Oltre che “ricucire” con Israele, Trump infatti vuole rinsaldare su una base diversa e migliore i rapporti americani con l’Arabia Saudita, con cui da sempre gli USA hanno produttivi rapporti economici (che interessano in buona parte le lobbies legate ai Repubblicani) ma un ambiguo rapporto politico. L’occasione in questo senso potrebbe essersi in effetti presentata col cambio della dirigenza saudita, che ha visto il potente principe Mohammed Bin Salman compiere epurazioni all’interno del clan reale: ufficialmente per combattere la corruzione, ma se osserviamo che tra gli arrestati c’è anche il fratello di Osama Bin Laden – Bakr Bin Laden – è lecito supporre che l’Arabia abbia voluto dare segno agli USA di un nuovo atteggiamento verso quella parte della famiglia reale (all’incirca un terzo dei membri che contano, secondo fonti personali che non posso citare) che è sempre stata anti-americana e filo-qaidista. E’ un’ipotesi da non scartare, alla luce degli eventi

Dall’altra parte, l’Iran combatte la sua nota guerra per procura contro l’Arabia Saudita – per motivi storico-geopolitici che mi è impossibile trattare qui in breve –  nella casella siriana dello scacchiere regionale. La Turchia più che altro combatte contro il suo storico incubo, l’unificazione del Kurdistan e la conseguente secessione del Kurdistan turco; ma benché secondo autorevoli pareri (vedi “Kurdistan, la nazione invisibile”, di Stefano Torelli e altri) questo incubo possa difficilmente trasformarsi in realtà, è reale la collaborazione tra i Curdi siriani e turchi, come è reale il fatto che il secessionista PKK operante in Turchia utilizzi come retrovia d’appoggio il Kurdistan siriano. Dopotutto, il Partito dell’unione democratica (PYD), partito curdo siriano, è ritenuto un’emanazione politica proprio del PKK turco, e i Curdi siriani che combattono in Siria coll’appoggio americano sono storicamente il braccio armato del PYD. Almeno questa parte dell’incubo turco è dunque realtà. I Russi, nella Storia che tende a ripetersi, aspirano ad uno sbocco nel Mediterraneo, cosa che ad alterne vicende hanno talora ottenuto, dall’epoca delle guerre napoleoniche in poi. Difendendo il loro uomo in Siria – e grazie a questa nuova alleanza obtorto collo con la Turchia, che controlla gli stretti che dal Mar Nero portano al Mediterraneo – difendono questa loro aspirazione, i cui motivi storici e geopolitici, anche qui, non posso trattare in breve. In generale, posso senz’altro dire insieme a Henry Kissinger che la Russia vuole recuperare – e veder legittimato – il suo storico ruolo di Grande Potenza internazionale, quale è in effetti sempre stata, anche prima di essere l’Unione Sovietica. L’intervento in Siria ne è uno strumento.

E la Siria di Assad? Qui la risposta è semplice e non ha bisogno di un analista. Gli Assad  - la famiglia stessa ed i clan dell’apparato ad essa collegati – vogliono salvare la pelle ed evitare la fine di Saddam Hussein e Gheddafi. Ma con essi è la Siria Alawita che vuole sopravvivere, la Siria delle minoranze religiose ed etniche (Alawiti, Cristiani, Sciiti, Drusi e, con alti e bassi, persino gli stessi Curdi) che ha sempre fatto fronte comune contro la maggioranza sunnita. E’ la società dei moderati – sì, non ridete, è proprio così – che appoggia Assad, sono quei ceti che hanno prosperato nel benessere e nella sicurezza che il regime gli aveva garantito e che costituiscono quella che noi chiameremmo la maggioranza silenziosa della classe media, il nerbo della società urbana siriana, da sempre preminente. Assad non è mai stato in Siria quel “tiranno isolato” che ci hanno voluto far credere. Chi vuole essere intellettualmente onesto ne deve prendere atto. E rendersi conto che questa storia è tutt’altro che finita.

Fonti:

-Haaretz.com, “Israel struck Assad regime targets near Damascus”, di Jack Khoury, 07.02.2018

-Reuters, 07.02.2018

-BBC News,10.02.2018

-la Stampa, “Scontri fra i governativi e le Forze democratiche sostenute dagli Usa nell’Est della Siria”, di Giordano Stabile, 08.02.2018

-ANSAmed, 13.02.2018

-ISPI, "Focus Mediterraneo allargato nr. 6", in particolare Valeria Talbot e Eugenio Dacrema

SIRIA E YEMEN, PRIME CORREZIONI DI ROTTA DEL COMPORTAMENTO MILITARE AMERICANO. LE SCELTE GEOPOLITICHE DI TRUMP E LA VISIONE DI KISSINGER – di Gregorio Giungi, 9 marzo 2017

Il 2 marzo ultimo scorso le Forze Speciali americane hanno condotto nello Yemen una estesa operazione di anti-terrorismo militare, articolata in 20 raid aerei con droni ed un velivolo a guida umana, integrati probabilmente da un supporto terrestre di squadre commando. L’operazione si è svolta nei governatorati di Abyan, al-Bayda e Shabwah, andando a colpire uomini e mezzi di AQAP, al-Qaida nella Penisola Arabica. L’operazione, a detta del Pentagono, è stata questa volta un successo, rimediando così in qualche modo allo “scivolone” del 29 gennaio, quando in un’operazione analoga – in quel caso eminentemente terrestre, condotta cioè soprattutto da “boots on the ground” – il parziale successo fu sminuito sia dalla morte del “Navy Seal” Ryan Owens (il berretto verde della Marina americana commemorato solennemente dal Presidente Trump pochi giorni or sono) che dall’uccisione accidentale di 16 innocenti civili yemeniti.

Tale operazione si inquadra nell’impegno militare statunitense nello Yemen a sostegno, lo ricordiamo, dei “governativi” yemeniti – il termine va tra virgolette poiché, veramente, l’attribuzione della legittimità politica ad una delle due principali fazioni in campo è più che dibattibile – a loro volta inquadrati nella coalizione militare sunnita a guida saudita che si oppone, nel contesto di una vera e propria guerra regionale tra Arabia Saudita e Iran, alla fazione degli Sciiti Houthis, alleati delle forze armate yemenite dell’ex-presidente Al-Saleh e sostenuti militarmente dagli Iraniani e dagli Hezbollah libanesi.

E’ di oggi, invece, la notizia dell’invio di un contingente terrestre in Siria – un migliaio di Marines con artiglieria di supporto – destinato ad appoggiare i veri alleati locali degli Americani, i Curdi dell’SDF (Syrian Democratic Forces), nell’offensiva contro Raqqa, la capitale dell’ISIS in Siria.

Sembra diventare più incisivo, dunque, l’intervento statunitense in Medio Oriente, ma con alcune correzioni di tiro. Ciò è evidente nello Yemen: se prima, durante la presidenza Obama, le azioni militari di sostegno erano altamente coordinate con i “governativi” del neo-presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi e principalmente dirette contro i ribelli sciiti Houthis, adesso appaiono condotte più di propria iniziativa (sia pur ancora ufficialmente coordinate con la coalizione sunnita) e dirette soprattutto contro al-Qaida. Contro al-Qaida, non contro l’ISIS, presente ed attivo anch’esso nel teatro. L’ISIS – pur trovandosi tecnicamente tra l’incudine ed il martello dei due opposti schieramenti – è a tutt’oggi nello Yemen osteggiato eminentemente dagli sciiti Houthis ed i loro alleati, e solo in misura più limitata dalla coalizione “governativa” sostenuta anche dagli Occidentali (Francia e Stati Uniti in testa, più Turchia, Germania e Gran Bretagna in minor misura). A tal proposito, giova ricordare al Lettore che, secondo alcune fonti da verificare, al-Qaida “conviveva” fino a tempi recentissimi con le forze arabo-sunnite in alcune località del paese (Marib, Seiyun, Mukalla e la stessa Aden) senza scontri di sorta, in apparente reciproca tolleranza…  ciò eventualmente ad avvalorare quanto già si sa, e cioè che, verso le organizzazioni armate dell’integralismo sunnita, proprio quei Paesi che compongono in maggioranza la coalizione arabo-saudita operante nello Yemen hanno sempre dimostrato un atteggiamento quanto meno assai ambiguo..

Cosa concludere dunque? In questo preciso momento – finché gli eventi non lo smentiscono – la dirigenza Trump sembra nei fatti coerente con uno degli intenti  precedentemente dichiarati: limitare l’impegno militare all’estero al solo immediato perseguimento degli interessi statunitensi, in una logica di scacchiere assolutamente pragmatica e di basso profilo. Più che distruggere Daesh in assoluto in quanto minaccia terroristica internazionale, intende distruggerlo nelle zone dove la sua eliminazione è funzionale ai suoi interessi. Nel caso siriano, poiché lì il Califfato è pericoloso per i suoi alleati indigeni e, nel lungo termine, per il progetto di frammentazione siriana che gli USA vogliono probabilmente realizzare. Nello Yemen invece – salvo futuri diversi sviluppi – l’ISIS non è immediatamente pericoloso per l’America ed i suoi interessi. Anzi, può essere utile nella succitata guerra regionale in corso come elemento di contenimento dell’Iran e dei suoi partners locali, nonché come eventuale tacito alleato della coalizione arabo-sunnita con cui si sono schierati gli Occidentali. E’ diverso per al-Qaida che, benché attualmente in ribasso, è percepita (a ragione, secondo me) come immediatamente pericolosa per gli Stati Uniti. Colpire il “Grande Satana” americano primariamente ed ovunque sia possibile, al di fuori di obiettivi strategici territoriali veri e propri, è infatti uno degli elementi caratteristici di al-Qaida che la differenziano dal sedicente Terzo Califfato.

E’ per tutto ciò, forse, che Trump non manterrà la promessa di eliminare Daesh. E se mai lo farà, sono molto scettico sulla possibilità che ci aiuti ad eliminarlo nell’ex-Libia e prima di tutto in Tripolitania, dove all’Italia tale eliminazione converrebbe massimamente. In quelle aree, secondo alcuni analisti, la nuova dirigenza di Washington lascerebbe volentieri ad altri l’incombenza. Il termine “altri” potrebbe includere, oltre alla Russia di Putin, l’Italia stessa, a cui il presidente Trump “…regalerebbe (se vuole) un nuovo ruolo” di attore regionale (Michela Mercuri). Ovviamente, verificheremo insieme in un futuro assai prossimo l’esattezza o meno di questi pronostici.

Volendo ora fare una valutazione più generale, vorrei premettere una critica. Io direi che giudicare l’operato di un presidente degli Stati Uniti come se fossimo noi stessi cittadini di quel Paese mi è sempre sembrato irrazionale (nonché indirettamente ed implicitamente la conseguenza di un vassallaggio culturale). E’ assurdo dunque da parte nostra giudicare Trump per quegli atti inerenti alla politica interna americana, che materialmente non ci riguardano ma che stimolano reazioni emotive sapientemente usate dai media per manipolarci ( e che oltretutto sono spesso falsamente descritti). Ciò premesso, non cadiamo dunque nella trappola mediatica della polemica, e giudichiamo l’uomo ed il Paese che rappresenta dal punto di vista che invece ci riguarda, che ci conviene giudicare e che DOBBIAMO giudicare in quanto alleati dell’America: la politica estera e di intervento militare in relazione alle nostre necessità ed ai nostri interessi. Se fosse possibile farlo dando sommariamente un punteggio come se fosse un gioco, dovremmo attribuire alla dirigenza Trump, al momento, mezzo punto positivo per l’azione militare volta alla distruzione dell’ISIS in Iraq e in Siria e quindi al suo drastico ridimensionamento, ma mezzo punto negativo per le sue possibili conseguenze, cioè l’esfiltrazione del Califfato in altre aree tra cui molto probabilmente la ex-Libia ed in particolare la Tripolitania, in virtù della mancanza di un controllo statuale e militare efficace proprio in quest’ultima. A questi si aggiungono due punti negativi per la condotta profilata in altri due differenti campi. Per cominciare, ci ha infatti abbandonati nel caos libico, smobilitando dal mediterraneo centrale a  favore dell’ingerenza russa. E quest’ultima correntemente non si presenta favorevole all’Italia poiché allineata piuttosto alla politica di Tobruk, che è ostile a Tripoli e pesantemente condizionata dai molto influenti alleati anglo-franco-egiziani a noi contrapposti (e pertanto potenzialmente pericolosa per gli interessi italiani in Tripolitania). Tale scostamento obbligherà la diplomazia italiana a fare dei veri e propri salti mortali per entrare nel gioco relazionale in atto tra gli attori regionali schierati e conquistarsi la considerazione ed il rispetto dei Russi per i nostri interessi e le nostre necessità. Ed i salti mortali, si sa, non sempre riescono.

Da un altro lato, poi, Trump ha rinnegato la distensione costruita da Obama nei rapporti con l’Iran, dimostrando con ciò di essere, almeno in questo, un Repubblicano vecchio stampo –  anziché un outsider come al solito – anteponendo gli interessi di Israele e la salvaguardia dei rapporti con essa a qualsiasi altra considerazione regionale. Ma l’Iran – come Obama aveva capito ed accettato, anche a costo di mettere in crisi il “matrimonio” degli USA con Israele – è in questo frangente storico un alleato dell’Occidente contro l’integralismo armato sunnita, nonché un elemento di contrapposizione e bilanciamento regionale nei confronti dell’Arabia Saudita, un alleato degli Stati Uniti, sì, ma storicamente ambiguo, ed un soggetto statuale attualmente pericoloso per l’Europa (se non un vero e proprio nemico nascosto).

In conclusione, chi sostiene con Niall Ferguson, analista politico statunitense, che Donald Trump sia stato guidato nella sua visione delle relazioni geopolitiche dalle raccomandazioni di Henry Kissinger, il “Grande Vecchio” della politica estera americana della seconda metà dello scorso secolo, trova fino ad ora conferme  e smentite, più o meno parziali e più o meno intere. Kissinger, dall’alto dei suoi novant’anni e passa, aveva descritto in quattro punti le linee di politica estera da tenere con Cina, Russia, Unione Europea e in Medio Oriente. La linea da tenere con la Russia di Putin – basata sulla ricerca di un accordo, la comprensione delle  sue esigenze e più in generale il riconoscimento del suo ruolo internazionale di grande potenza – sembra essere stata adottata da Trump. Riguardo il Medio Oriente, per ora non mi sento di dire quanto il neo-presidente americano sia allineato al pensiero di Henry Kissinger. Pur immaginando, come già esposto, che in Siria promuoverà – o tollererà – la frammentazione del Paese dal secondo prospettata (nella Storia poche volte troviamo qualcosa di nuovo: la divisione della Siria in più entità era il vecchio disegno francese nel Medio Oriente dei Mandati, successivo alla Prima Guerra Mondiale, poi rimasto incompiuto), non sono certo però che accoglierà anche il suo suggerimento di favorire la deposizione di Assad, cosa che, fino a prova contraria, urterebbe gli interessi russi. Ma si può già dire, in compenso, che Trump abbia in un certo senso inopinatamente superato Kissinger riguardo l’Iran, con il quale l’anziano statista, pur considerandolo anch’egli una minaccia, lo aveva consigliato di “..mantenere l’accordo [concluso da Obama] poiché abbandonarlo ora avrebbe liberato l’Iran da più vincoli di quanti ne avrebbe tolti agli Stati Uniti”. In questo, sembra che Trump non gli abbia dato retta…

Riguardo la Cina – con cui si raccomanda di “..non arrivare allo scontro..”ma “..piuttosto cercare una discussione comprensiva e indirizzata a perseguire una politica di dialogo e co-evoluzione” – è impossibile dire ora dove la presidenza Trump vorrà andare a parare.

Infine, è l’atteggiamento consigliato verso  l’Unione Europea – “..distogliere gli Europei continentali dall’introspezione burocratica e farli tornare alla loro responsabilità strategica” evitando che “..rinuncino all’essenza di quel che hanno rappresentato in tutta la loro Storia” – che forse non incontrerà, di nuovo, l’approvazione del Presidente. Forse, questa volta è Kissinger a sbagliarsi, non rendendosi conto che l’Unione Europea non esiste più da un punto di vista politico e non è mai veramente esistita da un punto di vista militare. Chissà, forse Trump potrebbe averlo capito.  

L’Italia allora, a conti algebrici fatti, non può che dolersi delle scelte di Trump e della situazione che verosimilmente ne deriverà. Novella Don Abbondio, come ne “I promessi sposi”, si ritroverà “vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro”, vittima della sua corrente – congenita? – debolezza. Se vorrà cavarsela, stante le sue condizioni, dovrà saper affrontare quei nodi della Storia e della Vita che nessuno ama: quelli in cui si devono prender decisioni drastiche diventando forti. E se proprio di diventare forte l’Italia non ne volesse sapere (devo ammettere che forse ormai non ne è più in grado), dovrà usare tutte le sue capacità residuali, quelle intellettuali, per trovare nuove alleanze. Nell’”Unione” Europea o al di fuori di essa.

Fonti:

-  Al-Jazeera.com, “Pentagon: 20 US air raids in Yemen target al-Qaeda”, 03.03.2017

-  Notiziari TG SKY, 09.03.2017

Ilsussidiario.net, “CAOS LIBIA/Trump “regala” all’Italia (se vuole) un nuovo ruolo”, di Michela mercuri, 24.11.2016

The American Interest, “Donald Trump’s New World Order”, by Niall Ferguson, 21.11.2016

 

          

YEMEN, L’IMBARAZZANTE REALPOLITIK DI UNA GUERRA (VOLUTAMENTE) IGNORATA – di Gregorio Giungi, 14 ottobre 2016

Continuano nello Yemen i bombardamenti dell’Aeronautica della coalizione arabo-sunnita, guidata dall’Arabia Saudita ed appoggiata in modo significativo da Francia e Stati Uniti, nonché, secondo alcune fonti e in una certa misura, da Turchia e Gran Bretagna. I bombardamenti sono volti a colpire soprattutto le posizioni – e le città –  degli Sciiti Houthis, ma anche occasionalmente quelle dell’ISIS e di al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP).

La guerra corrente, aperta ed effettiva dal gennaio del 2015, è in realtà apice ed apoteosi di una situazione di instabilità più o meno latente – o più o meno conclamata – originata addirittura dal colpo di stato del 1962 sostenuto militarmente dagli Egiziani di Nasser (secondo alcuni con un benestare americano, ma non è certo), che depose la monarchia sciita di credo zaydita nello Yemen del Nord (non si è mai capito perché lo chiamassero così, visto che in realtà sarebbe lo Yemen Occidentale) instaurando un regime presidenziale autoritario, fortemente condizionato dai militari; le cose non sono poi particolarmente migliorate dopo la fusione nel 1990 con lo Yemen del Sud (in realtà Yemen Orientale), già protettorato britannico di Aden, già Repubblica Democratica Popolare (filo-sovietica) dello Yemen del Sud.

Nessuno infatti ama perdere il potere, e soprattutto gli Arabi difficilmente si rassegnano a farlo.

La fazione/comunità sciita (probabilmente una federazione tribale), che aveva espresso la famiglia reale regnante nella monarchia yemenita – e che era oltretutto grande maggioranza demografica in un territorio nazionale più limitato, quale era lo Yemen del Nord – si era dunque ritrovata ad esser minoranza in casa sua, anche in virtù dell’appartenenza al più vasto territorio dello Yemen unitario a maggioranza sunnita, per di più verosimilmente posto sotto “l’ala protettrice” dell’Arabia Saudita. E non è un caso che oggi l’area sotto il controllo politico e militare degli Houthis corrisponda all’incirca al territorio statuale del vecchio Yemen del Nord, come potreste eventualmente constatare su una vecchia cartina. Questa guerra civile si può, in qualche modo ed entro certi limiti, considerare una guerra di secessione. Se non altro, perché è appunto ad una secessione che essa potrebbe condurre, ripristinando la situazione storico-politica dello status quo ante.

La fusione tra le due entità avvenne alla fine della guerra fredda, in effetti, e fu probabilmente un prodotto di quella agitata contingenza, nonché di un avventato compromesso tra le locali istanze tribali di potere (lo Yemen del Sud era fondamentalmente un coacervo di tanti piccoli emirati e sultanati, abilmente tenuti insieme per ragioni amministrative e di stabilità politico-militare dalla dominazione britannica) e l’esigenza saudita di esercitare un più facile controllo regionale sul suo cortile di casa. Il processo fu cavalcato dall’onnipresente Generale/Presidente al-Saleh, spregiudicato e opportunista ex-presidente dello Yemen del Nord e dal 1978 sempre protagonista della scena politica nella regione, che calcò da una parte e dall’altra degli schieramenti, sempre attento a salvaguardare i suoi fini di potere personale. Al-Saleh infatti nel 1990 divenne presidente dello Yemen unificato e tale rimase fino al 2011 ma, dopo essere stato uomo dei Sauditi, oggi si ritrova (per ora!) a capeggiare la rivolta sciita degli Houthis – rivolta originariamente sorta contro di lui! –  contro la coalizione arabo-sunnita che al momento appoggia il contrapposto presidente yemenita Hadi, il quale era il suo vice prima dell’inizio dei tumulti(!).

La guerra civile scaturita nello Yemen dai grandi sommovimenti della primavera araba, alla fine, è una vicenda tipicamente medio-orientale di lotte per il potere personale e dei clan tribali, sulla quale si  è innestata una guerra regionale tra le maggiori potenze esterne, l’Arabia Saudita e l’Iran, combattuta per procura dagli schieramenti locali, che sono tre/quattro: da una parte gli “irredentisti” sciiti Houthis, se così li vogliamo chiamare, alleati di al-Saleh e delle forze armate yemenite ancora a lui fedeli, sostenuti militarmente dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi; dall’altra le forze armate yemenite fedeli al presidente Hadi, sostenute militarmente dalla coalizione araba a guida saudita (principalmente forze saudite, più Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar e, sembrerebbe, in misura minore anche Kuwait, Giordania, Marocco, Senegal e Sudan), armate ed attivamente supportate da Francia, Stati Uniti e, secondo alcune fonti, anche da Turchia e Gran Bretagna, come già detto. In mezzo l’ISIS, che nei fatti combatte contro entrambi gli altri due schieramenti (come in Siria) ed è da essi combattuto. Sarebbe parimenti tra l’incudine ed il martello al-Qaida, che pur non andando notoriamente molto d’accordo con L’ISIS – da cui la dividono questioni di metodo strategico ed obiettivi finali, per non dire di altre differenze più prosaiche, che eventualmente tratterò successivamente in un altro scritto – si ritrova de facto dalla stessa parte, cioè presa nel mezzo tra i due principali contendenti. Però sembrerebbe, secondo alcune fonti da verificare, che al-Qaida “conviva” con le forze arabo-sunnite in alcune località del paese (Marib, Seiyun, Mukalla e la stessa Aden) senza scontri di sorta, in apparente reciproca tolleranza…Se ciò fosse vero, testimonierebbe una volta di più la letterale ambiguità del comportamento tenuto nei confronti dell’organizzazione terroristica dagli Stati del Golfo – così come del resto, in altri scenari, anche nei confronti dell’ISIS – alcuni dei quali, sia pur in modo controverso, senza dubbio la sostengono. Il tutto con l’avallo dell’ONU che, a detrimento ulteriore della sua presunta imparzialità – e del suo senso della logica nella percezione e valutazione degli interessi sovranazionali – con la risoluzione del 14 aprile 2016 ha condannato la ribellione degli Houthis sancendo un embargo internazionale a loro danno, rendendo così più debole la formazione che più si oppone nella regione al prosperare di AQAP e ISIS.

Ma dov’è il vero elemento d’imbarazzo? Non tanto nel fatto che gli Occidentali sostengano qui l’ambigua coalizione sunnita contro l’Iran, mentre in Iraq combattono i Sunniti radicali a fianco dello stesso Iran, ed in Siria col sostegno dell'Arabia Saudita combattono contro i Russi, l’Iran e Assad – questo intricato e apparentemente paradossale scenario risponde semplicemente a differenti interessi in differenti teatri, coltivati con il cinico e necessario  pragmatismo dovuto nelle relazioni internazionali, specialmente se in aree di conflitto – quanto invece nel comportamento geopolitico francese in generale. Intendiamoci, anche il succitato scenario appena descritto con le relative conclusioni, se stigmatizzato, di per sé sarebbe controproducente per alcuni, poiché incoraggerebbe nella gente quel “disincanto del mondo” che di certo non aiuta la manipolazione delle coscienze. Ma parlare dello Yemen potrebbe soprattutto portare alla pubblica attenzione ciò che è già sotto i nostri occhi: la Francia di Sarkozy e Hollande, dall’intervento in Libia agli accordi di Riyadh – i quali, lo ricordiamo, oltre che legare i Francesi alla politica regionale saudita nello Yemen, li vedono coinvolti nella costruzione di 16 (SEDICI!) centrali nucleari in Arabia Saudita, fatto abnorme ed epocale tenuto proditoriamente nascosto dai media italiani – conduce ormai in modo sfacciatamente evidente una  spregiudicata politica estera interventista (quasi tentando un ritorno alla grandeur militare del passato) per i propri esclusivi interessi, secondo me eminentemente economici, in modo del tutto autonomo e completamente al di fuori di qualsiasi coordinamento col resto dell’Unione Europea – anzi  eventualmente anche in aperto contrasto con gli interessi di alcuni Paesi membri, come dimostrato nel caso della Libia e degli interessi italiani – qui praticamente inesistente come entità unitaria. E’ tale inesistenza dell’Unione che, per molti motivi, ora si vuole coprire. Qualcuno potrebbe essere indotto a riflettere non solo sulla sua inutilità, ma appunto anche, forse, sulla sua possibile pericolosità come strumento degli interessi di alcuni membri che, più forti e per così dire “più sovrani” di altri, avrebbero buon gioco a prevaricare gli interessi di questi altri, più soggetti alla struttura limitativa di regole e vincoli comunitari.  

E così infine si preferisce dirottare l’opinione pubblica e la pubblica emotività sui fatti della Siria, creando una pressione mediatica negativa sui bombardamenti russi contro le città, trascurando invece gli analoghi bombardamenti sauditi contro obiettivi civili sciiti nello Yemen. Lì, le operazioni non vanno disturbate. Neanche il Papa si sottrae a questa logica di interesse, invocando tregue in Siria per risparmiare i bambini siriani, ma non nello Yemen per risparmiare i bambini yemeniti. Ciò a ricordarci che l’uso dei buoni sentimenti, in televisione come nei giornali, è puramente strumentale, diretto a far leva sui nostri cuori per condizionare le nostre menti. Chiunque, ma proprio chiunque, li usi.

E tutto questo, tutto quanto vi sto dicendo, per farci capire e ricordare che siamo stati tutti cacciati dal Paradiso Terrestre della guerra fredda, una felice parentesi, e condannati a vagare di nuovo nella Valle di Lacrime della Storia in movimento. Non so se sarà per l’eternità – “eternità” è una parola grossa anche per la Storia – ma di sicuro sarà per molto tempo, certamente tutto il tempo che a me ed a voi rimane in questo mondo. Dobbiamo tenerlo a mente, se vogliamo sperare di cavarcela.

Fonti:

-Calendari dell’Atlante De Agostini (1962-2016)

-Al-Jazeera, “War in Yemen-latest news”

-Wikipedia, “Yemeni Civil War” (da verificare la nomenclatura dei minori partecipanti al conflitto)

 

 

L’IRREDENTISMO CURDO ED IL COMPORTAMENTO GEOSTRATEGICO STATUNITENSE IN MEDIO ORIENTE – ALCUNE IPOTESI, CON I NUOVI SVILUPPI IN SIRIA – di Gregorio Giungi, 28 agosto 2016

 Ho già accennato, nel precedente editoriale, al fatto evidente che gli Stati Uniti stanno favorendo nella macro-area mediorientale la nascita di una nuova entità statuale curda, al momento solo a danno dell’Iraq e della Siria.

Riguardo le ragioni di ciò, ho anche già ammesso di non avere le idee molto chiare, ma posso tanto per cominciare citare le idee formulate da altri. Un’analisi di Giuseppe Ladetto, riportata sul periodico “Diorama”, ha paventato la possibile mira statunitense a destabilizzare in modo più compiuto tutta l’area - e indubbiamente la nascita di uno stato curdo la soddisferebbe - proseguendo in un certo senso quanto già cominciato con la Seconda Guerra del Golfo. Ma perché? Perché “..non potendo più – né in realtà volendo – controllare stabilmente il Medio Oriente, gli Stati Uniti non intendono tuttavia che qualcun altro ne assuma il controllo.” Di per sé plausibile, poiché indubbiamente il comportamento geostrategico non è volto solo ad acquisire potere/egemonia/sicurezza dei confini, e/o materie prime, e/o preminenza commerciale, eccetera.  Esso è volto anche ad evitare che li acquisiscano altri. Insomma, la politica estera e la politica militare non si fanno solo PER qualcosa (a danno generalmente di altri) ma anche direttamente CONTRO qualcuno. “Allora l’attuale condizione di instabilità ed ingovernabilità mediorientale potrebbe essere per loro (gli USA), entro certi limiti, la soluzione migliore(…)Per certi versi, inoltre, l’instabilità dell’area può servire alla grande potenza per tenere in allarme i paesi “amici” e mantenerli legati a sé. Ci sono poi altri vantaggi. La destabilizzazione dell’intera area mediorientale ha infatti ripercussioni che vanno ben oltre il suo perimetro geografico, interessando il Caucaso e l’Asia centrale, e in tal modo creando potenziali pericoli per la Cina, ancor di più per la Russia(…)nonché per l’Unione Europea, anch’essa nel novero delle potenze regionali (in itinere, aggiungerei io) delle quali intendono contrastare l’affermazione”.

Esiste però un’altra chiave di lettura, o se preferite una ragione in più.

Uno dei pochi punti fermi e coerenti nel tempo della politica americana in Medio Oriente – forse l’unico – è la protezione dello Stato di Israele. Orbene, la Siria è da sempre una spina nel fianco della politica di sicurezza regionale israeliana, e negli ultimi anni questa spina si era ingrossata. Nel 2010 la Siria attraversava uno dei suoi periodi più fortunati, evidenziando un incremento della sua bilancia commerciale e del PIL, unitamente ad un efficace contenimento dell’inflazione. La crisi economica internazionale del 2008 aveva avuto al suo interno uno scarso effetto diretto proprio grazie all’isolamento economico degli anni precedenti – favorito paradossalmente dalle sanzioni economiche statunitensi – nonché alla forte presenza statale nel sistema finanziario e, più in generale, nella gestione dell’economia del paese. Di tutto ciò aveva approfittato la dirigenza alawita, che aveva profuso i suoi sforzi in una politica di sviluppo incentrata sulla liberalizzazione dell’iniziativa economica e sull’apertura agli investimenti stranieri (va ricordata l’inaugurazione della Borsa valori di Damasco nel marzo del 2009, in assoluta controtendenza rispetto alla contingenza finanziaria mondiale) .

Sul piano più squisitamente politico, la distensione dei suoi rapporti col Libano e l’Iraq da un lato, ed il suo forte avvicinamento all’Unione Europea dall’altro – la Siria era già membro del Partenariato Euro-Mediterraneo ed avrebbe forse potuto ottenere l’accordo di associazione all’Unione entro il 2010, che le avrebbe permesso la cooperazione economica ed il libero scambio con la UE – denotavano un concreto successo riguardo le sue aspirazioni di crescita come potenza regionale e la probabile fine dell’isolamento internazionale.

Indubbiamente, gli Israeliani non potevano non essere preoccupati.

La destabilizzazione di una Siria in crescita, dunque, potrebbe esser vista come funzionale alla tutela della sicurezza di Israele, rendendo più comprensibile il sostegno incisivo a suo tempo dato dagli Stati Uniti, a tutti i livelli, alla variegata opposizione siriana, che comprendeva anche il radicalismo islamista e che ha favorito in effetti la nascita imprevista e non voluta dello Stato Islamico, “il giocattolo sfuggito di mano”.

Tornando al Kurdistan siriano, potremmo ora dire che, ipotizzando una nuova road map per il dopoguerra – la precedente road map, emersa dai vari colloqui tra i leaders degli attori in campo prima dell'ingresso russo e che prevedeva la caduta di Assad, appare adesso poco realistica – gli Americani “hanno messo le mani avanti”, cercando di portare a casa il miglior risultato possibile, cioè almeno la secessione, formale o sostanziale, di una porzione del territorio siriano, con la conseguenza (al di là dell’indebolimento oggettivo e diretto rappresentato dalla diminuzione territoriale) della creazione di un nuovo antagonista di Assad, nonché di un governo inevitabilmente compiacente ed incline ad accettare la loro presenza militare – un po’ come in Iraq – garantendo dunque agli USA una casella in più nello scacchiere regionale. Cosa ora più che mai importante, visto che in quest’area si preannuncia una stabile presenza russa.

Ormai, è chiaro, stiamo assistendo ad una “guerra per procura” – analogamente a quanto sta accadendo nello Yemen, in una guerra altrettanto importante ma poco seguita – combattuta in un paese che è ridotto al bizzarro campo di battaglia di tre compositi ed eterogenei schieramenti: da una parte la Siria di Assad, la Russia, l’Iran e la Turchia con i loro alleati, tra cui gli Hezbollah libanesi; dall’altra gli Americani (forse coadiuvati da forze speciali inglesi, ma non ne ho certezza), i Curdi alla guida dell’SDF e, “tecnicamente”, Jabhat Fatah al-Sham, ex-al Nusra, ex-al Qaida in Siria (in base a quanto gli stessi hanno pubblicamente dichiarato, come ho indicato nel precedente editoriale che potete eventualmente trovare qui nella sezione “Geopolitica-Medio Oriente e Nord Africa”, più in basso), mentre non so che ruolo andrà ad assumere ciò che rimane del Free Syrian Army che in teoria dovrebbe continuare a combattere contro il regime di Damasco, ma a fianco di chi non lo so.

In mezzo a questi due schieramenti, come tra l’incudine e il martello, il terzo, l’ISIS. Contro di esso ora è attivamente in campo la Turchia, che ha oltrepassato il confine siriano con carri armati e aerei, a sostegno di fazioni armate di oppositori anti-regime (Fronte del Levante e Brigata Moutassib, se ricordo bene) in una gara temporale contro i Curdi e l'SDF. I Turchi attaccano le zone in mano all'ISIS per prenderle prima che le prendano i Curdi. 

C'è tuttora incertezza riguardo l’effettivo comportamento di Fatah al-Sham.. mi riesce difficile immaginare che gli ex-Qaidisti si mettano a sparare contro i loro alleati del giorno prima…sono pressoché certo, come ho già scritto precedentemente, che ad Aleppo di sicuro Fatah al-Sham e ISIS non cominceranno ad ammazzarsi fra di loro, visto che condividono, per così dire, la stessa “trincea”… fermo restando che l’instabilità di questo intricatissimo teatro e la dimostrata fluidità delle alleanze se ne fregano delle mie certezze. Ciò di cui possiamo al momento esser davvero sicuri è che le migliori fortune del Califfato sono finite, e che d’ora in avanti la determinazione ideologica, religiosa ed umana dei suoi uomini sarà messa a dura prova. Meno male che sono – e fanno di tutto per essere – profondamente antipatici, altrimenti potrebbero cominciare a farci pena.

Fonti:

- Diorama- “Gli obiettivi dichiarati e gli obiettivi reali della presidenza Obama”, di Giuseppe Ladetto

- “Libano/Siria-Focus economia”, pubbl. Intesa San Paolo

- ISPI-Med Brief- “La Siria verso la fine dell’isolamento?”, di Valeria Talbot

- Annuario ISTAT-ICE 1999-2008- “Commercio estero e attività internazionali delle imprese” 

L’INTRIGO MEDIO ORIENTALE - NUOVE ALLEANZE NEL TEATRO SIRIANO E FLUIDITA’ DELLE STRATEGIE OPERATIVE – di Gregorio Giungi, 21 agosto 2016

La nuova intesa di Erdogan con Putin dello scorso 9 agosto – causata dalla crisi dei rapporti con gli Stati Uniti, apertasi dopo il tentato colpo di stato in Turchia – ha permesso alla Russia di aumentare il suo impegno militare in Siria, grazie all’invio delle navi lanciamissili Zeliony Dol e Serpukhov della flotta del Mar Nero, che altrimenti mai avrebbero potuto passare, senza il nullaosta turco, gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Sono quelle che ora, se non sbaglio, tra gli altri obiettivi bombardano anche Aleppo.

Ma prima ancora che ciò accadesse – forse prevedendo gli interessati che in effetti potesse accadere – c’era stato un altro evento, passato quasi inosservato dai media italiani. Il 28 luglio scorso Mohammed al-Jolani, il capo di Jabhat al Nusra, la promanazione di al-Qaida in Siria, è apparso nelle principali televisioni arabe annunciando di aver preso le distanze sia da al-Qaida che dall’ISIS, di cui era fino a quel momento alleato, e che l’organizzazione da lui rappresentata ha ora come unico scopo la liberazione del paese dalla tirannia alawita. E ci ha messo la faccia, come si suol dire, nel senso letterale del termine, poiché fino alla sua apparizione essa era misteriosa; così come il suo vero nome (al-Jolani era uno pseudonimo), che ha rivelato essere Ahmed al-Sharaa. Come per testimoniare ulteriormente la sua sincerità,ha anche annunciato il cambiamento del nome dell’organizzazione, che da Jabhat al-Nusra sarebbe passata a chiamarsi ora JABHAT FATAH AL-SHAM (Fronte per la Conquista della Siria). Questo cambiamento costituisce un tardivo accoglimento delle richieste americane. In occasione dei colloqui di “Ginevra 2” del gennaio 2014 sulla crisi siriana, infatti, rappresentanti di  Jabhat al-Nusra erano stati incontrati dall’emissario statunitense Robert Ford, ex ambasciatore americano in Siria, che aveva chiesto loro di prendere pubblicamente ed effettivamente le distanze dalle due organizzazioni suindicate, se al-Nusra ci teneva ad essere tolta dalla “black list” delle organizzazioni terroristiche ed essere riclassificata come formazione militare di opposizione al regime, e quindi eventualmente aiutata (o almeno non attaccata). Al-Nusra aveva in un primo tempo rifiutato, ribadendo poi pubblicamente la sua fedeltà ad al-Qaida. Ma ora ci ha ripensato. Perché? Perché per tutti i ribelli siriani le cose si sono messe male dopo l’ingresso russo e dopo che alla fine anche il governo Obama, spinto dagli eventi internazionali e dalla campagna elettorale di Trump (che aveva saputo ben cogliere ed interpretare la percezione comune degli Americani, che vedevano il Califfato e non Assad come il nemico peggiore) aveva innalzato l’ISIS ed i suoi alleati al livello di “bersaglio numero 1-bis” in Siria (il numero 1 assoluto rimane Assad, nessuno si illuda). L’organizzazione dunque sta cercando di aumentare, semplicemente, le sue possibilità di sopravvivere diminuendo il numero dei suoi nemici più pericolosi, da tre (Assad, Russia e USA) a due (Assad e Russia), forse sperando addirittura in un successivo aiuto americano (cosa da non escludere, considerando che al nemico numero 1 in loco, Assad, si è ora aggiunto per gli Stati Uniti il nemico strategico più pericoloso, la Russia di Putin). Insomma, al-Nusra sta abbandonando il perdente (o almeno chi senz’altro ora appare come tale). Anche perché gli Americani hanno spostato il baricentro del loro aiuto militare sui Curdi, che hanno con successo aumentato in modo esponenziale la loro pressione sul Califfato, come la conquista di Manbiji ha appena dimostrato.

Qui occorre una digressione, che cercherò di rendere breve.

Gli Americani, per la verità, aiutano i Curdi sin dall’inizio o quasi. Solo che prima li aiutavano per lo stretto indispensabile. Gli fornivano semplicemente aeronautica di supporto tattico on demand. Per i non addetti ai lavori, chiarisco: ciò significa che, quando i Curdi erano in difficoltà nel confronto terrestre, chiamavano via radio gli aerei americani che arrivavano e rintuzzavano l’offensiva dell’ISIS. Perché lo facessero, sarò onesto, non l’ho capito molto bene. Posso solo dire che questo è coerente con il comportamento statunitense nella macro-area, avendo già di fatto gli Americani favorito indiscutibilmente la formazione di uno stato curdo in Iraq, con grande disappunto turco. Evidentemente, per qualche ragione di carattere geostrategico gli USA vedono di buon occhio la nascita di una nuova entità statuale curda e favoriscono la loro lotta di indipendenza.

Riguardo tali ragioni, mi riservo di scrivere prossimamente un altro articolo, se questo non Vi annoierà.

Per il momento, mi limito a dirVi che gli Americani hanno deciso di puntare ora sul cavallo vincente. Il cavallo su cui avevano puntato prima, il Free Syrian Army, si era rivelato un brocco. Militarmente poco efficace, indebolito da divisioni interne e con un certo numero di disertori che si univano alle formazioni islamiste radicali, non poi così “laico” come si pretendeva di far credere e, dal punto di vista americano, politicamente ondivago (in occasione della conquista di Idlib, con logica pragmatica, si era alleato con Jabhat al-Nusra e con l’ISIS, pur di battere i governativi), non dava più fiducia. I Curdi dell’YPG (Yekineyen Parastina Gel, Unità di Protezione del Popolo) sembrano l’opposto: militarmente validi, coesi e altamente motivati, laici senza virgolette, politicamente equidistanti dall’integralismo islamico e da Assad – non inganni il Gentlemen’s Agreement  “io-ti-lascio-stare-tu-mi-lasci-stare” precedentemente da essi concluso con l’esercito governativo siriano, infatti non più esistente – sono “perfetti” agli occhi americani.  E dunque gli USA li hanno recentemente posti a capo di una nuova coalizione militare, l’SDF (Syrian Democratic Forces, composte da formazioni minori della galassia dell’opposizione, transfughi del FSA e soprattutto Curdi dell’YPG), su cui hanno dirottato il loro fattivo supporto. Quello aereo prima di tutto, che non è più meramente difensivo ed ha consentito il recente “balzo in avanti” della coalizione di “oppositori graditi”. A proposito, non so al momento se gli Americani hanno riclassificato tra i “buoni”l’ex Jabhat al-Nusra. Potrebbero avere delle perplessità, poiché è passato troppo tempo da quando furono loro a chiedergli il “cambio di casacca”. Oltretutto, osservando la foto di Ahmed al-Sharaa che purtroppo non Vi posso allegare, verrebbe spontanea la battuta che la “casacca” non promette nulla di buono: al-Sharaa – in mimetica, con barba "talebana" e turbante bianco –  rammenta molto Bin Laden, inducendo a pensare che la comunicazione non-verbale del suo spot voglia contraddire quella parlata. Ad ogni modo, si può ipotizzare plausibilmente che tale riclassificazione possa avvenire, se già non è occorsa.

Dubito però che tutto ciò possa cambiare le cose ad Aleppo, novella Alesia.

Come nell’antica città gallica assediata dai Romani, è in corso un duplice assedio: i “Romani” correnti, in questo caso, sarebbero i governativi siriani, che anch’essi assediano ma sono nel contempo assediati. Mentre premono su Aleppo est, infatti, sono a loro volta attaccati da formazioni ribelli che, in soccorso agli assediati,  incombono su di essi dall’esterno,da sud e da ovest. Difficile dire come andrà a finire, se la Storia corrente ripeterà quella passata. Ma sappiate che i “Galli” al momento comprendono sicuramente Jabhat Fatah al-Sham e l’ISIS, che all’interno dell’accerchiamento adesso di sicuro non si curano della diplomazia strategica e si preoccupano senz’altro di cooperare per salvare la pelle, così come all’esterno dell’accerchiamento coopereranno  per salvare i loro compagni e possibilmente recuperare la città.

 

Fonti:

-          NOW Media Lebanon- “Rebranded Nusra might reverse Assad’s gains”, di Hussain Abdul Hussain

-          The Aviationist- “Russian warships in the Mediterranean Sea”, di David Cenciotti

-          “Il combattente”, di Karim Franceschi

-          Il Corriere della Sera, 08.04.2016 (Marta Serafini, Stefano Torelli)  

AGGIORNAMENTO SUL NUCLEARE SAUDITA - di Gregorio Giungi, 1° agosto 2016

Nel totale silenzio dei media italiani, l’Arabia Saudita continua la sua avanzata nucleare con l’aiuto francese, come previsto dagli accordi di Riyadh, stipulati con Hollande in persona. Il progetto prevede la costruzione, già iniziata, di 16 (dico SEDICI!) centrali nucleari, grazie all'ingegneria francese. La motivazione ufficiale è che l’energia nucleare serve ad alimentare gli impianti di desalinizzazione con cui l’Arabia provvede ai suoi bisogni idrici. Ed è senz’altro vero. Come era vero che agli Iraniani le loro 4 (dico QUATTRO) centrali servono a soddisfare i bisogni energetici di 75 milioni di iraniani, per i quali la produzione petrolifera e gassosa nazionale (considerando anche le quantità che vorrebbero esportare) non basta. Come era vero che servivano anche a creare un fattore di pressione internazionale utile ad interrompere l'embargo (peraltro non ben riuscito) a loro danno. Ma ovviamente non è la sola ragione. Non lo è mai, ma tantomeno per paesi che si trovano in situazioni di stress politico-militare regionale da molto tempo e che evidentemente lottano per acquisire potenza. E tutto ciò rientra nella logica delle dinamiche naturali della vita geopolitica, non ci si deve meravigliare. Quel che meraviglia-ed irrita-è la sfacciataggine peracottara dei media italiani. Hanno (giustamente) enfatizzato la gravità del nucleare iraniano (che però a noi di sicuro non nuoce direttamente, al di là di considerazioni di sicurezza regionale) per poi smettere di farlo quando gli Iraniani si sono messi d’accordo con Obama depotenziando il programma. Ma non ci parlano invece dell’acquisizione di capacità nucleare da parte di una società tribale di plutocrati beduini -ove purtroppo non esiste una reale distinzione tra le gerarchie dei clan e l’apparato istituzionale- che in buona parte finanziano il terrorismo in Europa. Nessuno sottolinea il fatto che con 16 centrali nucleari potresti desalinizzare l’intero Golfo Persico e che con l’uranio ed il plutonio che si verrà a trovare in un paese del genere, con gente del genere, potresti costruire un arsenale nucleare da far invidia a chi ce l’ha già. Nessuno sottolinea che così si aumenta comunque la prosperità di un paese che finanzia il terrorismo che ci uccide. Nessuno evidenzia che sono i Francesi che li aiutano a farlo, testimoniando che l’”Unione” Europea ormai è PURTROPPO un nome vuoto e provocatorio. E’ triste. Ed è spaventoso, nel senso stretto del termine. Spaventa il fatto che, ormai in modo conclamato, noi non ci possiamo fidare dell’apparato, che pensa solo a tenerci ignari ed incoscienti. Le vacche, per essere munte, devono rimanere tranquille.

Gregorio Giungi