CONFLITTO IN UCRAINA, UNA SINTESI DEI CONTRAPPOSTI INTERESSI (1^ parte) – di Gregorio Giungi, 23 febbraio 2022

Nella notte tra il 21 ed il 22 febbraio ultimo scorso truppe russe hanno fatto il loro ingresso nel Donbass, nelle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, precedentemente riconosciute come sovrane dalla Russia. La situazione conflittuale nella regione appare in forte peggioramento, inducendo i commentatori occidentali a temere un’ulteriore escalation dello scontro. Ma perché tutto questo?

Da un lato abbiamo la politica russa di espansione e di sicurezza preventiva in Europa orientale. Putin, agendo da statista, cerca di riunire alla madrepatria territori abitati da Russi e da popolazioni comunque in larga parte russofone e filorusse, quale è il caso delle succitate neo-repubbliche. Cerca inoltre di evitare l’allargamento della NATO, come tutti sanno, a ridosso dei suoi confini, allargamento che comporterebbe un ulteriore dispiegamento nel loro “cortile di casa” (così essi considerano l'Europa orientale e in particolare l’Ucraina) di truppe occidentali e dei loro sistemi d’arma missilistici, percepiti dalla Russia come una minaccia.

Gli interessi dell’Ucraina sono in massima parte ovvii: già depauperata territorialmente della Crimea e militarmente umiliata dalla Russia nel 2014, essa cerca di non ripetere tali eventi nel Donbass e di contenere i danni, salvaguardando più che può la sua sovranità. L’interesse strategico di fondo dell’Ucraina, ricordiamolo, rimane l’affrancamento dall’egemonia russa e l’uscita, per quanto sia possibile, dalla sua sfera di influenza regionale. Vi è poi un interesse economico: l’Ucraina si sente minacciata dal gasdotto Nordstream 2, che porterebbe il gas russo attraverso il Mar Baltico direttamente in Germania e, potenzialmente, di lì nel resto dell’unione europea, rendendo meno importante i gasdotti provenienti dalla Russia che ora l’attraversano; tanto più che l’accordo alla base di tale passaggio – e che definisce i prezzi dei diritti di riscossione sul passaggio a favore di Kiev – è di prevista scadenza nel 2024. Dopo tale data, in linea di principio, la Russia potrebbe pretendere di rinegoziare al ribasso i prezzi  che paga e diminuire la quantità di gas passante per l’Ucraina. E’ per questo che il governo Zelensky si era adoperato già con l’amministrazione Trump, con cui aveva buoni rapporti, per osteggiare l’approntamento di Nordstream 2; infatti era allora che il Primo Ministro ucraino dell’epoca, Aleksey Goncharuk, andava paventando, profetico, la possibilità che scoppiasse una “guerra del gas” (anche se probabilmente si riferiva ad una semplice guerra commerciale). E Trump si era in effetti scontrato con la cancelliera Merkel ottenendo, apparentemente, almeno una sospensione di tale progetto dopo l’emissione di sanzioni americane contro le imprese tedesche che lavoravano all’opera (“National Defense Authorization Act", dicembre 2019). Successivamente, l’amministrazione Biden sembrò dapprima ripensarci, cedendo alla signora Merkel e concedendo alla Germania nel luglio 2021 il nullaosta al completamento di Nordstream 2, salvo poi compiere un dietrofront proprio ultimamente e ottenere dal cancelliere tedesco Scholz, di nuovo, il congelamento del gasdotto che, ormai completato fisicamente nel settembre 2021, sarebbe dovuto diventare operativo.  

Al di là di un’iniziale incertezza, l’amministrazione americana sembra agire in base ad una riesumata logica di scacchiere e, in subordine, ad interessi economico-strategici. In quanto al primo punto di vista va nuovamente rilevato che, nei fatti e a prescindere dalle parole, la politica estera di Biden si è allineata a quella di Trump: questi infatti, benché dichiaratamente isolazionista - fatti salvi espliciti e diretti interessi americani - aveva però a tale linea derogato in Siria quando i Russi fecero il loro ingresso nel teatro, impegnando perciò truppe americane. Così è stato per Biden, il quale dal canto suo, proseguendo nella decisione di Trump, aveva frettolosamente completato il ritiro di tutte le truppe dall’Afghanistan, per poi oggi prospettare il coinvolgimento militare americano nell'eventuale conflitto su vasta scala in Ucraina. Il trait d’union tra le due amministrazioni è, dunque, l’esigenza di contenere la Russia sullo scacchiere globale. Meglio ancora se a spese dell’Europa. Un interesse strategico (ovviamente) non dichiarato, infatti, potrebbe essere la destabilizzazione e l’indebolimento dell’unione europea, fondamentalmente percepita come un concorrente geopolitico ed economico. Quello che sta accadendo, in effetti, è in ultima analisi qualcosa che ricadrà su di noi europei in forma di crisi energetica ed economica. Da qui discende l’ulteriore, eventuale, interesse economico strategico. Gli USA da sempre hanno mal digerito la prevalenza dell’euro sul dollaro, superato in valore di mercato dalla nostra valuta, che oltretutto gli è concorrenziale in termini di volume d’impiego globale. Se la crisi ucraina si traducesse – come sembra stia accadendo – in una difficoltà di approvvigionamento energetico per i paesi europei, questi sarebbero nell’immediato obbligati a rifornirsi, a costi maggiori, da altri produttori (tra cui gli Stati Uniti, oltretutto), che non sarebbero pagati in euro – come adesso accade per il gas russo – ma in dollari. Da ciò conseguirebbe un impoverimento dell'unione e – essendo il valore delle valute determinato non più dalle riserve auree ma dal mercato – un aumento di valore del dollaro USA, nonché del suo volume di impiego sul mercato globale, oltre a un aumento, in qualche misura, del PIL statunitense. Il tutto a discapito dell’euro, il quale diminuirebbe di valore, rischiando di perdere la sua primazia monetaria (così come intelligentemente spiegato da Germano Dottori, consulente geopolitico della rivista “Limes”).

Insomma, gli Stati Uniti si sono resi conto di trovarsi alla fine nella fortunata situazione di ottenere vantaggi comunque vadano le cose: se la situazione degenerasse oltre il punto di non ritorno e la Russia diminuisse per lungo tempo le sue forniture di gas all’Europa, gli USA otterrebbero perlomeno ricadute economiche favorevoli al dollaro ed un indebolimento strategico dell’Europa, a prescindere dagli esiti della guerra; se invece si evitasse l’escalation delle ostilità al di fuori del Donbass, Kiev digerisse in qualche modo l’ulteriore perdita territoriale e l’Ucraina rimanesse in qualche modo sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti – e a prescindere dal suo ingresso o meno nella NATO – gli Americani avranno soddisfatto il loro interesse strategico primario in termini di logica di scacchiere, mantenendo in piedi  l’Ucraina come elemento di contrapposizione all’espansione russa e rafforzando la loro influenza politica e la loro presenza militare nella regione europea orientale.  (continua)

Fonti:

-          ISPI, ispionline.it, “Energia: 5 mappe per capire la crisi del gas”, 17.02.22

-          Sky tg 24 “Seven ½ ora”, di Franco Ferraro (intervista a Germano Dottori)

-          Euronews, it.euronews.com,” Nord Stream 2, il gasdotto della discordia. Germania e               Russia contro Trump”, di Cristiano Tassinari, 21.12.19

-          Calendario dell’atlante De Agostini, annuario geostatistico – 2022