TRIPOLI, BEL SUOL D’AMORE, ADDIO? - di Gregorio Giungi, 14 gennaio 2020

I presidenti di Russia e Turchia, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, si sono incontrati ad Istanbul l’8 gennaio ultimo scorso per importanti colloqui riguardanti la guerra nella ex-Libia. Dopo il meeting, è stato richiesto un “cessate il fuoco” tra le forze di Tripoli e quelle di Bengasi a decorrere dal 13 gennaio. Non meraviglia che la tregua sia stata accettata subito dal governo di Al Sarraj, le cui forze sono apparentemente in difficoltà sul campo, né meraviglia che invece – dopo un primo temporeggiare – non sia stata accettata dal generale Haftar, che sembra essere in vantaggio ed avere dunque la convenienza a portare a compimento le operazioni per la conquista di Tripoli – facendo un significativo passo avanti verso la riunificazione del paese –  prima dell’arrivo dei Turchi.

Il Parlamento di Ankara aveva infatti recentemente deciso, come tutti sanno, di inviare truppe in Tripolitania a sostegno del governo di Al Sarraj. L’aiuto turco promesso, che consisterebbe di circa 5.000 soldati più svariate unità aeronavali e terrestri, sembrerebbe però essere arrivato solo in minima parte ed attualmente sospeso. Perché? Perché l’eliminazione del generale Suleymani in Iraq ad opera degli Americani ha innescato una polveriera lungo i confini della Turchia – il confine congiunto con Iran ed Iraq rappresenta un fianco di esposizione terrestre di circa ottocento chilometri almeno – che ovviamente induce Ankara a fare quello che sempre si fa imperativamente in frangenti del genere: evitare di disperdere ulteriormente le forze (i militari turchi sono già impegnati in Siria) in un teatro più lontano come quello libico, e risparmiare uomini che possono servire in patria per la sicurezza e l’integrità dei confini, di fronte alla potenziale escalation di un conflitto davanti alla porta di casa. Non si distraggono forze altrove per interessi geo-strategici ed economici quando la sicurezza del territorio nazionale è a rischio.

Dovendo dunque posticipare, per il momento, l’invio di un forte contingente sul territorio, cioè il passo finale che le consentirebbe di prendere definitivamente in mano la situazione in Tripolitania (e la Tripolitania stessa), probabilmente la Turchia sta cercando di usare la Russia – in questo momento senz’altro il principale referente di Bengasi – per indurre Haftar a desistere. Ma come può la Turchia esercitare tale pressione sulla Russia? Forse, in una terminologia di facile comprensione, con un bastone ed una carota.  

La carota è rappresentata dalla possibilità di una spartizione tra Ankara e Mosca delle due aree di influenza – la Cirenaica alla Russia e la Tripolitania alla Turchia – che sancirebbe in via definitiva il riconoscimento dei due paesi, nei fatti, come i principali attori nella regione mediterranea centrale (attori che ovviamente non hanno interesse a scontrarsi in Libia, finché possono evitarlo). Il bastone è rappresentato dal controllo che i Turchi esercitano sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Senza il benestare turco, la flotta russa del Mar Nero rimane nel Mar Nero e non accede al Mediterraneo, con la conseguente compromissione di tutta la politica militare russa nel MENA. Se Turchia e Russia arrivassero allo scontro in Libia, escludo che il passaggio degli stretti  rimarrebbe facile per i Russi. Di qui la richiesta della tregua che Mosca sta cercando di imporre ad Haftar, che in realtà sarebbe volta a trasformare il provvisorio in definitivo. Ma la definitiva separazione della Libia in due entità non è quello che evidentemente vuole Haftar, il quale, essendo quello in vantaggio sul campo, sta puntando i piedi.

E l’Italia?

La presenza di circa trecento nostri soldati a Misurata – con regole d’ingaggio ufficialmente piuttosto limitate – insieme a quella di qualche decina a Tripoli, più una parte della flotta a difesa del gasdotto Green Stream e  delle piattaforme dell’ENI di fronte alla costa  sono quasi  ininfluenti nella dinamica del contesto. Se il contingente turco, un domani, arrivasse davvero in Tripolitania, ci appresteremmo a diventare ospiti (scomodi) nel nostro “cortile di casa”, pagando prezzi di concessione ed uso di giacimenti, gasdotti ed oleodotti probabilmente raddoppiati poiché dovremmo pagare sia i Tripolini che i Turchi, con conseguenze entropiche a cascata su tutto l’indotto economico-industriale del nostro sistema-paese. Non solo, ma la Turchia userebbe la sua posizione di “padrona dei rubinetti” per tenere per il collo l’Italia (cito pudicamente il collo, ma dovrei indicare un'altra parte del corpo maschile).

Cosa ci rimane da fare? Considerando l’impotenza militare italiana come un fatto dato, rimane lo strumento diplomatico, ma in quale direzione usarlo? La Turchia si appresta a marginalizzarci definitivamente dal contesto, e se il suo contingente davvero arriverà in Libia noi saremo virtualmente fuori dai giochi. Paradossalmente, dunque, si profilerebbe per noi l'opportunità di effettuare un “cambio di cavallo in corsa”, abbandonando la cavalcatura perdente, Al Sarraj, e montando in sella al cavallo vincente, Al Haftar, sperando che riesca ad approfittare del momento favorevole e, precedendo l’intervento turco tuttora incombente, prenda Tripoli e metta tutti di fronte al fatto compiuto, presentandosi come unico interlocutore internazionale. Avere a che fare con lui, in futuro, per l’Italia sarebbe comunque meglio che avere a che fare con Ankara,  un attore regionale ostile e pericoloso, dal punto di vista dei nostri interessi, per molte ragioni. Se riuscissimo a schierarci con un  Haftar vincente, entrando nell’affollato condominio dei suoi referenti internazionali, otterremmo un positivo risultato in termini di dottrina del male minore (visto che il perseguimento del bene maggiore possiamo scordarcelo), nonostante gli altri condòmini siano al momento più importanti e invadenti. Con qualche salto mortale della nostra diplomazia, la buona stella dell’Italia ed il passare del tempo, potremmo forse sperare, un domani, di scalzare gli altri e tornare ad essere un interlocutore eminente di una Libia riunificata.

Comunque vada, i prossimi giorni saranno decisivi, e li troveremo domani sui libri di Storia. Speriamo che in essi non ci sia un capitolo intitolato “Il tramonto italiano”, e che in libreria non costino il doppio del prezzo attuale.   

Fonti:

-Analisi Difesa,” I turchi pronti a sbarcare a Tripoli tra guerra e deterrenza”, di Gianandrea Gaiani, 3 gennaio 2020

- ANSA, “Stop truppe turche, Mosca supervisiona”, 13 gennaio 2020 (da Al-Arabiya)

-TG Sky, edizioni varie

-Convenzione di Montreux, 20 luglio 1936 ("Convention regarding the regime of the Straits")